Questo sito contribuisce alla audience di

Lisia: orazione per l'invalido (par.5)

Le prove dell'accusa


E’ un attacco su tutta la linea, quello dell’accusatore. Il sussidio di invalidità, secondo lui, non dovrebbe essere concesso perchè non sussistono requisiti né fisici né economici. Il pensiero non può che portarci ai falsi invalidi che riempiono le cronache dei nostri giorni, persone a cui medici compiacenti certificano malattie inesistenti o che la sistematica evasione dei redditi spinge ad ottenere i privilegi dovuti ai nullatenenti.
Evidentemente, anche ad Atene , dove comunque il controllo era più semplice perché tutti si conoscevano fra loro e comunque non c’era l’imbarbarimento dei costumi che oggi spinge molti a frodare anche per sentirsi più furbi, si ravvisavano ogni tanto casi di truffa ai danni dello stato.
L’accusatore, spione e invidioso per Lisia, ma forse nel pieno della ragione, riteneva che non si possono frequentare persone abbienti se non è possibile seguirle nelle spese pazze e dissennate che questi possono permettersi. Non ha tutti i torti: le amicizie tendono a svilupparsi negli stessi ambienti sociali perché il divertimento e lo svago presuppongono spese che non tutti riescono a sostenere nello stesso modo.
L’invalido liquida come al solito sottotono e con uno stile volutamente piano e ripetitivo le argomentazioni che lo portano davanti ai giudici, come se snobbasse già nella forma le circostanze che dovrebbe invece giustificare. Leggiamolo insieme:

[24,5] καὶ τεκμηρίοις χρῆται τῆς μὲν τοῦ σώματος ῥώμης, ὅτι ἐπὶ τοὺς ἵππους ἀναβαίνω, τῆς δ᾽ ἐν τῇ τέχνῃ εὐπορίας, ὅτι δύναμαι συνεῖναι δυναμένοις ἀνθρώποις ἀναλίσκειν.

E usa come prove della forza del (mio) corpo il fatto che vado sui cavalli, della prosperità nel lavoro, il fatto che posso frequentare uomini che possono spendere.

Due considerazioni soprattutto emergono nella ripetitività della prosa: il plurale ἵππους, che dimostra come l’invalido possa usufruire di una pariglia di cavalli e non solo di un ronzino da cavalcare, e lo stato in luogo ἐν τῇ τέχνῃ, come se la ricchezza fosse insita nel mestiere, a prescindere dall’utenza e dalla perizia. Proprio sulla base dello stesso pensiero fu promulgata, non troppi anni fa, la minimum tax. Notevole il poliptoto δύναμαι/ δυναμένοις

τὴν μὲν οὖν ἐκ τῆς τέχνης εὐπορίαν καὶ τὸν ἄλλον τὸν ἐμὸν βίον, οἷος τυγχάνει, πάντας ὑμᾶς οἴομαι γιγνώσκειν.

Credo che voi tutti sappiate quale sia per ventura il provento (che mi viene) dal mestiere e l’altro mio provento.

Anche questo periodo è un capolavoro di dissimulazione: in anastrofe compaiono due complementi oggetto in endiadi ( εὐπορίαν καὶ βίον), ai quali in una struttura un po’ zoppicante si collega il solo οἷος, come se i due elementi coincidessero nella povertà dell’invalido e come se ciò fosse oggettivo (questo spiega l’accusativo in posizione enfatica e in dipendenza da γιγνώσκειν, quando sarebbe stato più elegante il nominativo come predicativo del soggetto οἷος)

ὅμως δὲ κἀγὼ διὰ βραχέων ἐρῶ

Eppure ugualmente io ne parlerò in breve.

Il κἀγὼ con crasi sembrerebbe pleonastico, ma quell’”anche” è un’ulteriore sottolineatura di come la povertà dell’oratore sia talmente evidente a tutti che la testimonianza soggettiva è solo un di più che si aggiunge, senza svelare qualcosa di nuovo, alla fondata opinione dei giudici.

Link correlati