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Lisia: orazione per l'invalido (par.6)

Sventura e vittimismo


L’autoironia dell’invalido è suggestiva. Proprio perché accusato di essere abbastanza ricco da beffarsi della polis e tanto sano da poter badare a se stesso (ironia della sorte: è in tribunale per dimostrare di non avere quanto vorrebbe), usa un linguaggio aulico e formule patrizie per ricostruire il suo background familiare.
Il contrasto è stridente e l’effetto patetico (anche allora di lacrime, vere o presunte, si pasceva la popolazione, che misurava, come oggi, il proprio benessere dal malessere altrui) è assicurato. Leggiamo insieme:

[24,6] ἐμοὶ γὰρ ὁ μὲν πατὴρ κατέλιπεν οὐδέν, τὴν δὲ μητέρα τελευτήσασαν πέπαυμαι τρέφων τρίτον ἔτος τουτί, παῖδες δέ μοι οὔπω εἰσὶν οἵ με θεραπεύσουσι.

Infatti a me papà lasciò…un bel niente, da tre anni ho smesso di campare mia madre morta, non ho ancora figli a sostenermi.

La triplice variatio è esemplificativa: dovunque si volti, comunque la metta, l’invalido è solo.
Molto abile anche la scelta temporale: l’aoristo, ad indicare un’azione compiuta nel passato e non più rivedibile ad indicare la morte della madre e l’eredità del padre, il perfetto πέπαυμαι per chiarire il perdurare dello sforzo economico a tutela della madre e del dolore derivato dal lutto, il futuro θεραπεύσουσi, annientato dall’assenza di figli (bello il dativo di possesso che lascia in posizione enfatica i παῖδες in chiasmo con la prima frase). La situazione è tutta paradossale: il figlio che nutre ( τρέφων, proprio il verbo del “far crescere”) la madre, gli eredi che soccorreranno ( θεραπεύσουσι, di aiuto quasi necessario) il genitore, la somma di disgrazia accentrata in poliptoto su di sé ( ἐμοὶ, μοι, με) e adesso questa folle accusa a porlo sul banco degli imputati per la sua povertà.

τέχνην δὲ κέκτημαι βραχέα δυναμένην ὠφελεῖν, ἣν αὐτὸς μὲν ἤδη χαλεπῶς ἐργάζομαι, τὸν διαδεξόμενον δ᾽ αὐτὴν οὔπω δύναμαι κτήσασθαι.

Ho appreso un lavoro che può sostentarmi poco, che io stesso ormai pratico a fatica e non posso procurarmi un successore in quello.

Continua la nobilitazione di sé. Il perfetto κέκτημαι indica una continua ricerca di aggiornamento, che comunque non frutta quanto dovrebbe ( βραχέα δυναμένην ha una sfumatura ossimorica che ben si adatta al tono generale di questo paragrafo). Anche qui passato κέκτημαι, presente ἐργάζομαι e futuro διαδεξόμενον concorrono nel tratteggiare una situazione senza prospettive di serenità. Quale differenza fra i diadochi di Alessandro e il διαδεξόμενος che manca a lui! Effettivamente, però, un artigiano che non trovi nessuno desideroso di imparare l’arte non dovrebbe guadagnare molto.

πρόσοδος δέ μοι οὐκ ἔστιν ἄλλη πλὴν ταύτης, ἣν ἐὰν ἀφέλησθέ με, κινδυνεύσαιμ᾽ ἂν ὑπὸ τῇ δυσχερεστάτῃ γενέσθαι τύχῃ.

Non ho dunque nessuna altra entrata eccetto questo (sussidio, che, qualora me lo togliate, correrei davvero il pericolo di essere sotto una sorte sventuratissima.

Nella sintassi traballante, negli anacoluti, nell’anastrofe Lisia mostra la commozione inarrestabile dell’invalido. Il dativo di possesso indica davvero l’attaccamento a
ταύτης, concordata con πρόσοδος e non, come sarebbe stato preferibile, con un sottinteso
ἀργύριον. Da qui, la costruzione diventa scorretta (come sarebbe l’operazione, presentata in via ipotetica, di revoca del sussidio): ἣν dovrebbe introdurre una relativa, ma l’accusativo ( necessario perchè ἀφέλησθέ, come tutte le parole che indicano privazione regge il doppio accusativo, ma anche perché simula sintatticamente l’equivalenza del sussidio e della persona) non è ben concordato con κινδυνεύσαιμ᾽ ἂν, che è la proposizione che dovrebbe reggere. L’anastrofe ὑπὸ τῇ δυσχερεστάτῃ γενέσθαι τύχῃ mosta anche graficamente che la sua esistenza sta per essere compressa, schiacciata, distrutta da un destino crudele.