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Lisia: orazione per l'invalido (par.7)

Un gioco di antitesi


L’accusatore, almeno secondo la descrizione di Lisia, è dunque un tipo particolare, che invidia quando gli altri compiangono, che fa male per il solo gusto di procurare dolore. Dopo aver caratterizzato questo individuo spregevole, l’invalido si rivolge alla βουλή perchè non imiti con la sua decisione quella disumanità. La scelta delle parole, in particolare la suadente anafora della negazione μὴ ,e le frequenti prolessi, quasi a mettere le mani avanti per cautelarsi da una scelta infelice, rendono particolarmente arguto (anche se di non immediata traduzione) il testo.

[24,7] μὴ τοίνυν, ἐπειδή γε ἔστιν, ὦ βουλή, σῶσαί με δικαίως, ἀπολέσητε ἀδίκως;

Dunque, dato che è possibile, giudici, salvarmi giustamente, non rovinatemi ingiustamente!

Oltre che antitetici, i verbi ἀπολέσητε e σῶσαί sono volutamente enfatici: rovina e salvezza dipendono in pieno dall’azione equa (non a caso si usa l’ ἔστιν impersonale, a fianco agli asseverativi τοίνυν e γε)

μηδὲ ἃ νεωτέρῳ καὶ μᾶλλον ἐρρωμένῳ ὄντι ἔδοτε, πρεσβύτερον καὶ ἀσθενέστερον γιγνόμενον ἀφέλησθε;

E non privatemi, ora che divento più vecchio e più debole, delle cose che mi deste quando ero più giovane e in forze

In greco, a differenza che in italiano, si usa il comparativo per indicare un confronto fra termini antitetici: qui “giovane” diventa a ragione νεωτέρῳ, comparato con il più anziano πρεσβύτερον. Manterrei nella traduzione il comparativo in forza della variatio μᾶλλον ἐρρωμένῳ, in cui Lisia sceglie un participio e non un aggettivo, a dimostrare una capacità di azione che viene progressivamente meno.

μηδὲ πρότερον καὶ περὶ τοὺς οὐδὲν ἔχοντας κακὸν ἐλεημονέστατοι δοκοῦντες εἶναι νυνὶ διὰ τοῦτον τοὺς καὶ τοῖς ἐχθροῖς ἐλεινοὺς ὄντας ἀγρίως ἀποδέξησθε;

E voi che prima sembravate essere misericordiosissimi anche nei confronti di chi non aveva nessun male, non mostratevi ora in maniera spietata, a causa di costui, verso quelli che sono da compiangere anche per i nemici.

L’invalido si inserisce in un gruppo più vasto (come dimostra il plurale) di diseredati; la pregressa (e pretesa, come dimostra il δοκοῦντες) giustizia dei giudici si annienterebbe se proprio lì ed ora ( νυνὶ, con la ὶ paragogica) non si verificasse di nuovo quel miracolo di solidarietà che fa grande Atene. Commenta a riguardo Cosattini: “La pietà cavalleresca per i deboli e i miseri era uno dei tratti che gli Ateniesi vantavano come caratteristici della loro indole nazionale; i discorsi epitafii celebrano come esempi mitici di essa la protezione accordata ai figli di Ercole perseguitati [cfr. gli Eraclidi di Euripide], ai caduti sotto Tebe [cfr. Le Supplici euripidee]”.

μηδ᾽ ἐμὲ τολμήσαντες ἀδικῆσαι καὶ τοὺς ἄλλους τοὺς ὁμοίως ἐμοὶ διακειμένους ἀθυμῆσαι ποιήσητε

E non fate in modo che, avendo osato compiere ingiustizia contro di me, perdano coraggio anche gli altri che stanno come me.

I termini diventano progressivamente più forte: ci vuole coraggio empio (tολμήσαντες) a non essere giusti (notiamo la doppia litote data dall’alpha privativo in ἀδικῆσαi e ἀθυμῆσαι, tra l’altro in omoteleuto e chiasmo).