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Lisia: orazione per l'invalido (par.8)

Mi spetta ciò che ho avuto


La prosa si fa caotica, il periodo si complica in una ipotassi spinta e caratterizzata da un periodo ipotetico misto che ben esprime il turbamento dell’invalido.
L’ottavo paragrafo si compone così di un solo periodo, che vi propongo qui sotto:

[24,8] καὶ γὰρ ἂν ἄτοπον εἴη, ὦ βουλή, εἰ ὅτε μὲν ἁπλῆ μοι ἦν ἡ συμφορά, τότε μὲν φαινοίμην λαμβάνων τὸ ἀργύριον τοῦτο, νῦν δ᾽ ἐπειδὴ καὶ γῆρας καὶ νόσοι καὶ τὰ τούτοις ἑπόμενα κακὰ προσγίγνεταί μοι, τότε ἀφαιρεθείην.

E sarebbe assurdo, o giudici, se risultasse che io prendevo questo sussidio allora, quando avevo questa disgrazia da sola, e ora, dopo che sia la vecchiaia sia le malattie sia gli altri mali che seguono questi mi sovrastano, ora ne fossi privato.

C’è una certa arguzia maliziosa e vagamente minacciosa, nel discorso: i giudici devono rendere conto alla comunità delle loro scelte. Quel φαινοίμην in costruzione personale con participio predicativo è il risultato di una dimostrazione di giustizia a cui anche il nuovo tribunale deve attenersi. Infatti, ἀφαιρεθείην, verbo di privazione, è proprio del lessico giuridico per indicare chi si appella in giudizio. Una menzione particolare merita anche la concordanza a senso, marcata dal polisindeto, in καὶ γῆρας (termine più nobile di quelli utilizzati prima per esprimere la vecchiaia) καὶ νόσοι καὶ  τὰ τούτοις ἑπόμενα κακὰ (il lungo iperbato testimonia visivamente l’espandersi incontrollato dei problemi) προσγίγνεταί μοι (la posizione enfatica, come al solito, è attribuita al μοι.