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Come ti cucino il figliolo

Un macabro banchetto nella mitologia greca: l'episodio di Filomela e Procne

Nelle popolazioni primitive, è talvolta attestato un rituale cannibalico post mortem: si mangiano brandelli di un cadavere per perpetuarne l’esistenza o per introiettarne le caratteristiche.
Nella mitologia greca, al contrario, il banchetto umano è sempre sinonimo di bestialità o di crudeltà ed è aspramente punito dagli dei.
Apollodoro (III, 14) riporta la storia lacrimevole di uno sventurato gruppo familiare, quello composto dall’ateniese Pandione, le sue due figlie Procne e Filomela, il genero Tereo e il nipote Iti.
Il messaggio di fondo invita a diffidare da nozze con persone lontane: Tereo, trace di origine e di costumi, è causa e vittima della vicenda.
Su richiesta di Procne, stanca di vivere tra i barbari, accetta di ospitare la cognata Filomela e, anzi, si reca di persona ad Atene per scortarla. L’imprevista avvenenza della giovane, unita alla naturale lussuria dell’uomo, infiamma Tereo che violenta la ragazza e, per evitare recriminazioni e vendette, le taglia la lingua e la imprigiona per impedire che essa racconti la sua disavventura.
Lo stupratore dimentica, però, l’abilità nel tessere delle donne ateniesi: Filomela, nell’impossibilità di accusare il suo aguzzino, ricama su una tela le sue sventure e la manda in dono a Procne.
Il dolore della donna, tradita e offesa, è incommensurabile, ma la vendetta è funesta; dopo aver liberato Filomela imbandisce per l’uomo senza freni e senza limiti un banchetto crudele: il figlio Iti, fanciullo di cinque anni, viene fatto a pezzi e servito, un po’ in umido un po’ arrosto, al padre snaturato.
Mentre loda la qualità delle carni, Tereo domanda a più riprese del figlio, finché, esausta, la madre crudele getta sul piatto la testa di Iti, rendendo il marito pazzo di dolore.
La vendetta di lui sarebbe crudele se non comparisse, pietosa, la divinità a trasformare, a perenne monito per gli uomini, Filomela in rondine (incapace di innalzare un canto perché priva di lingua), Procne in usignolo e Tereo in upupa, che riempie il cielo dei suoi strazianti versi (pou, pou, che in greco vuol dire “dove? Dove?)
Una tragedia perduta di Sofocle, all’origine di un diverso filone mitologico, prospettava che la metamorfosi in rondine fosse toccata invece a Procne, che, pentita per l’insano gesto, si sarebbe lamentata eternamente gridando disperata “Iti, Iti”.