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Ippocrate e l'eutanasia

Intervista al dottor Massimo Fioranelli (parte II)

Quale pagina del Suo libro le è piaciuto più scrivere? Quale è stata la più difficoltosa? Poi: che cosa Le ha insegnato Ippocrate? In che cosa è ormai inattuale?

Ovviamente mi è piaciuto scrivere ogni pagina relativa al pensiero medico di Ippocrate. Partiamo dalle difficoltà: esse si legano alla secolare e controversa questione ippocratica, cioè al problema di capire e stabilire quali testi del Corpus Hippocraticum possano essere davvero ricondotti a Ippocrate o almeno all’immediata cerchia dei suoi collaboratori nel tempo in cui visse. Il Corpus è una immane congerie di scritti di varie epoche, raccolti in una confusa, tarda compilazione dagli esegeti della Biblioteca di Alessandria. Difficile orientarsi. Molti lavori si contraddicono l’un l’altro e moltissimi contengono astruserie. Io ho pienamente accettato le conclusioni degli specialisti e mi sono attenuto ai testi effettivamente più ippocratici, che si possono contare sulle cinque o dieci dita. Davvero essi rappresentano la nascita di una medicina libera da preconcetti filosofici o religiosi e basata invece sull’osservazione dei casi concreti e sulla convinzione che tutte le malattie hanno una causa naturale che può essere individuata e combattuta. Ci voleva del coraggio, nel quinto o quarto secolo avanti Cristo, a portare avanti queste idee! Quanto alla pagina che ho scritto più volentieri: tutte le pagine in cui il mio Ippocrate afferma che ogni ammalato è portatore di una sua propria malattia e che si deve stabilire un franco e costruttivo rapporto medico-paziente. E poi quelle in cui afferma la piena libertà e responsabilità del medico nella valutazione delle cure da praticare. Con questo Le ho anche detto che cosa mi ha insegnato Ippocrate. La cui inattualità sta (ovviamente) nei progressi che ha fatto negli ultimi tre secoli il sapere scientifico, ma non certo nell’indicazione dei fondamenti della professione medica. Ma le pagine di gran lunga piu’ belle, che mi commuovono ancora ogni volta che le rileggo, sono quelle che parlano della sua volonta’ di morire (pag. 131,132). Al tempo di Ippocrate non si conosceva l’eutanasia come oggi la intendiamo. Ho cercato di interpretare il suo pensiero alla luce delle problematiche moderne. Cosa avrebbe pensato oggi un uomo che ha affermato che lo scopo principale del medico e’ di alleviare la sofferenza.
Oggi siamo di fronte a ad una scienza medica che cura sempre di più e guarisce sempre di meno. Abbiamo medicalizzato tutti gli aspetti della nostra esistenza, compresa la parte terminale della vita. Paradossalmente senza i progressi della tecnologia medica, non esisterebbe la morte tecnicizzata, ed anche l’eutanasia non sarebbe un problema.
Ma nel momento in cui un malato entra in un servizio di rianimazione gli diventa difficile morire. Siamo quindi davanti ad una morte dissociata dai meccanismi naturali che l’avrebbero provocata a breve termine. Ci sono persone che hanno subito una rianimazione che non avrebbero voluto, sottoposte a cure che non portano a nulla. E qual cosa che la medicina ha guadagnato, e che nello stesso tempo ha perduto. Ma che cosa dobbiamo fare se la vita viene prolungata in modo artificiale senza che ci sia nessuna ragionevole speranza di ritorno ad un’esistenza autonoma? Quando sappiamo che i giorni, le ore e i minuti porteranno al malato soltanto dolore. Dobbiamo sopravvivere oltre il limite consentito dalla dignità personale, dal nostro desiderio, dalla nostra capacità di sopportare sofferenze fisiche e mentali?
Ma se è la medicina ad aver creato il problema, è doveroso che sia la medicina a preoccuparsi di trovare le soluzioni, e noi medici non possiamo esimerci dal confontarci con il problema. Ma in uno stato di diritto deve essere concesso di dire no grazie alla medicina o dalla fede. Ci deve essere un limite alla medicina, alla religione, alla politica, all’ideologia ad una desiderio di teocrazia. Io credo che la vita si possa declinare in vari modi. Il principio primo non è quello della vita fisica da protrarre il più a lungo ma è quello della dignità della vita e questa si compie nella libertà personale. Credo sia giusto interrompere le terapie quando non esiste un ragionevole speranza di riportare il paziente ad una condizione di vita accettabile.
Se è vero che è compito del medico aumentare la quantità di vita e migliorare la
qualità di vita, bisogna capire quando si è giunti alla fine della strada.

La professionalità del medico non consiste nel mantenere in vita il paziente a ogni costo, e anzi, se lo fa, manca proprio al dovere deontologico di non far soffrire. Questo libro affronta il problema dell’eutanasia con delicatezza, togliendone quei connotati di lotta ideologica che assume questo argomento quando vede le luci della ribalta, quando le viene dato un risalto mediatico, quando assume nel linguaggio e nella discussione il carattere di contrapposizione ideologica, di guerra di religione sia in chi e’ a favore sia in chi e’ contrario. La sofferenza e la malattia vanno rispettate, ma soprattutto vanno vissute nel rispetto della riservatezza, di quella composta solitudine familiare, lontano dal fragore delle polemiche, che trova un alleanza umana nella figura del medico che deve rispettare e supportare le decisioni ed il modo di intendere la vita di chi gli chiede un compassionevole aiuto.

Quando scrive? E guidato da quale metodologia?

Come Lei può immaginare il tempo che posso dedicare alla scrittura di opere non di medicina è davvero poco. Per fortuna esiste il computer, che velocizza ogni fase della creazione, dalla presa d’appunti — in cui sono scrupoloso e testardo — alle stesure parziali e poi a quella finale. Diciamo che per Ippocrate mi sono giocate le ferie e molte domeniche… E debbo ammettere che non avrei mai potuto scriverlo da solo. L’ambientazione storica ha preteso ricerche assai impegnative e minuziose. Per fortuna eravamo in due, con Zullino che è un formidabile cacciatore di notizie e di idee. Inoltre mia moglie ha contribuito in modo consistente alla ricerca ed alla discussione delle fonti da utilizzare

Quale è stata la soddisfazione maggiore che ha ottenuto da “Io, Ippocrate”? E quale la delusione più cocente?

naturalmente, la ristampa immediata della prima edizione. Mi ha deluso la scoperta, fatta mentre lavoravo al libro, che il famoso Giuramento dei Medici è stato nei secoli decontestualizzato, male interpretato, indebitamente ideologizzato, come se si volesse ridurre Ippocrate a una venerata icona, a un santino, mentre fu uomo di carne e sangue, totalmente immerso negli eterni e irrisolti dilemmi della medicina.

Come ha reagito il suo gruppo di lavoro ad un romanzo che esula tanto dalla sua attività pubblicistica tradizionale, squisitamente medica?

Io Ippocratedi Kos è profondamente un libro di medicina, di storia della medicina, anche se scritto nei moduli della narrativa. I miei collaboratori sono stati colpiti favorovolmente da questa mia celata vena letteraria; alcuni sono stati entusiasti, altri, pochi in vero, indifferenti.

Al posto di Ippocrate, come avrebbe salvato Archelao?

Del re di Macedonia, amico e protettore di Ippocrate, sappiamo solo che morì di morte improvvisa. Nel libro ho supposto che fosse massicciamente colpito da ictus cerebrale: salvarlo, con le conoscenze mediche del tempo, era impossibile.

Quali sono le Sue letture preferite?

Quelle di aggiornamento professionale che non finiscono mai e che mi richiedono la maggior parte del tempo. Poi vengono quelle di carattere storico e filosofico.