Georges Simenon Le campane di Bicêtre Adelpphi, 2009 (pp.261)
Letto il 29 gennaio 2009 Voto: 10
Abstract:
Quando comincia a riprendere conoscenza in una delle uniche due camere singole dell’ospedale di Bicétre, Rene Maugras, direttore del principale quotidiano parigino, di quanto è avvenuto la sera precedente ricorda poco o nulla: sa che era a cena, come ogni primo martedì del mese, nella saletta privata del Grand Véfour (uno dei più antichi ristoranti della capitale, e anche uno dei più esclusivi) con un gruppo di amici i quali, come lui, possono considerarsi a giusto titolo, ciascuno nel proprio campo, dei personaggi molto, molto importanti - degli uomini arrivati, come si dice. Sa quindi di essere vivo, e dai luminari convocati al suo capezzale si sente dire che guarirà, che ricomincerà a muovere il braccio destro, che potrà di nuovo parlare. Ma Rene Maugras sa anche un’altra cosa: che non gli importa. A poco a poco, attraverso il groviglio di pensieri gli affollano la mente, si fa strada una domanda: “A che scopo?”. A che scopo essere diventato un personaggio importante, a che scopo essersi dato tanto da fare - a che scopo vivere, in definitiva? Mentre tutti si chiedono che cosa gli passi per la testa, Maugras, con la lucidità di una solitudine interiore spogliata da ogni maschera, fa un bilancio impietoso della propria esistenza, interrogandosi sul senso di quanto hanno fatto lui e quelli come lui per per diventare ciò che sono.
Breve commento: Non è nelle mie potenzialità espressive spiegare la fascinazione sottile di questo libro, in cui ogni parola ha un ruolo irrinunciabile e insostituibile. L’anima, leggendolo, vibra, si apre, riflette e si ritrova più pura. Un’esperienza quasi mistica, questa lettura!
Frasi estrapolate dal testo:
La sua è forza solo se confrontata con la debolezza degli altri. E sono i deboli a dover essere invidiati, perché si appoggiano sui forti. I forti nessuno li aiuta né li incoraggia né li commisera. Se cadono, gli altri non hanno pietà, e anzi, con un certo compiacimento, vedono nel loro crollo il segno di una sorta di giustizia immanente.
Trova modo di condurre diverse esistenze simultaneamente.
Il disagio si manifestava con silenzi, o frasi banali così estranee ai loro rovelli da risultare più penose dell’assenza di parole.
Si può essere ammalati senza saperlo, covare per anni un malanno grave, continuando a restare un uomo come gli altri. Poi, per un’inezia, un malessere, un foruncolo, un mal di gola o una fitta al petto, si va dal dottore. Si entra da lui come un essere normale. Si spiano le sue reazioni durante la visita. E, dopo il verdetto pronunciato con voce imbarazzata, si diventa un malato che non vedrà mai più la vita sotto la stessa luce.
Ha il tempo di tornare alle sue elucubrazioni. E rettifica ciò che ha pensato poco prima, prova di quanto sia difficile essere sinceri con se stessi.

Benedetta Colella








