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Lete in pillole

Il fiume della dimenticanza nella farmacologia contemporanea

Riassaporare le gioie del passato, più vivide spesso nel ricordo che nella realtà, può essere un conforto durante la vecchiaia, certo.
I tempi passati si tingono di rosa, si dimenticano le piccole ansie e le inconcludenze che ne hanno flagellato la percezione e restano flash di incoercibile allegria, di impagabile serenità, che, rapportati al grigiore del presente, alleviano l’animo.
Se però l’esistenza è squassata da un dramma, da un evento shoccante ecco allora che il ricordo si fa incubo, inchioda alle proprie depressioni ed ostacola il pieno recupero.
Nel congetturare ipotesi di rincarnazione, gli antichi concordavano sulla necessità che nulla dell’esistenza precedente potesse sopravvivere in quella successiva, appunto perché è il vissuto di ognuno di noi che condiziona atti, caratteri ed eventi.
Ricordare il passato sarebbe significato rivivere uno stesso presente.
Fu Lete, significativamente figlia di Eris, Contesa, a fornire agli uomini le acque fatali per cancellare ogni traccia del passato e liberare la mente a nuove sensazioni e scelte di vita.
Addirittura in Beozia, vicino all’oracolo di Trofonio, il pellegrino, prima di prostrarsi al cospetto del dio, doveva bere da due fonti, Lete e Mnemosyne, Dimenticanza e Memoria per percepire le suggestioni del vaticinio senza poter riferire nulla sullo sfolgorio divino.
Oggi, la farmacologia ha messo a punto un farmaco potente, che inibisce la memoria nei soggetti che ne fanno uso e annienta così i traumi derivati da stupri, lutti e violenze. Pare che sia una pillola intelligente, che agisce solo sui ricordi ansiogeni preservando quelli felici e che sia un team olandese a proporne la formula, perfezionata poi dalle Università di Boston e di Montreal.
Tempo fa lessi uno spettacolare romanzo di Virginia Andrews, “Dolce, cara Audrina”, in cui un gruppo familiare si adoperava allo stesso scopo, far dimenticare un passato insopportabile: il problema era, ed è, che le persone intorno ricordano e, con le loro gaffe e reticenze, spingono a interrogarsi sul passato e trasmettono un’ansia di sapere, un horror vacui che è meno sopportabile ancora del ricordo traumatico.