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Amore e morte: l'esperienza di Orfeo

Sulla scorta del breve saggio di Patrick Suskind “Sull'amore sulla morte”

Eros e Thanatos: nonostante, ad indicare il terribile binomio, si utilizzino termini greci, l’associazione fra amore e morte non appartiene, se non marginalmente, alla cultura ellenica. L’amore in Grecia è di volta in volta follia, mania, estasi e sofferenza, ma è quasi sempre esperienza voluttuosa, da vivere o da rimpiangere. Il desiderio di dissoluzione, che traspare già nella formula “mi fai morire!”, sostiene Philippe Ariès nel paradigmatico “Storia della morte in Occidente”, si lega all’amore solo a partire dal Cinquecento, quando la danza macabra, malinconica e casta, si trasforma in una lasciva danza erotica: sarà soprattutto la musica a legare la sfrenatezza dell’orgasmo alla stasi mortale.
Eppure l’esperienza di Orfeo, che scende negli inferi a pretendere la sua Euridice, sembrerebbe anticipare il legame; sembrerebbe, perché Orfeo, con la sua musica, con la sua vitalità e i suoi entusiasmi, pone l’amore in contrapposizione alla morte e va a negoziare altri giorni di gioia in un rapporto comunque destinato all’Ade.
L’epilogo della storia è noto a tutti: Orfeo ottiene dagli dei degli inferi il permesso di resuscitare Euridice, a patto che non si giri a guardarla finché non saranno usciti dall’Ade. E proprio sul limite, Orfeo si gira. Perché? In una bella canzone, Vecchioni immagina che il divino cantore, ottenuto ciò che agognava, ha paura che Euridice, dopo aver assaporato il freddo della morte non riesca più a scaldarsi al tocco dell’amore, che sia insomma morta dentro, anche se può ancora respirare.
Patrick Suskind, nel breve saggio “Sull’amore sulla morte”, si dà un’altra spiegazione: ”

La causa è vinta, il trionfo è completo. (Orfeo) crede. E in un trasporto di gioia ricomincia a cantare, stavolta non un canto di dolore naturalmente, ma un inno di giubilo alla vita, all’amore, a Euridice. E si inebria a tal punto del proprio canto da sottovalutare il pericolo al quale lo espone la sua impresa, anzi forse non lo vede neppure più, perché questo pericolo viene proprio da lui.[…] Nessun cantante lirico riesce a cantare a lungo con le spalle rivolte al pubblico, anche se il regista glielo chiede mille volte con parole gentili o con minacce. Non può farlo. E’ contro la sua natura. Tutta la sua arte e la sua raison d’étre consistono nel proiettare la sua anima all’esterno, lui deve prodursi, deve voltarsi per vedere la sua anima riflessa[…] La storia di Orfeo ci commuove perché è la storia di un fallimento. Il tentativo meraviglioso di conciliare fra loro le due misteriose forze primordiali dell’esistenza umana, l’amore e la morte, e di indurre a un piccolo compromesso almeno la più crudele delle due, alla fine ha mancato il bersaglio