Ippolito: un Cristo ante litteram

Perché Ippolito non ci è simpatico? L'interpretazione di Nicola Gardini

Schiacciato tra le prepotenti figure di Fedra, donna infida, innamorata respinta e nemica implacabile, e di Teseo, padre indegno che sacrifica al potere e all’amore gli affetti familiari salvo poi pentirsi della sua ira e delle sue omissioni, Ippolito è sempre stato una figura marginale.
La sua purezza adolescenziale è scambiata per arroganza, la sua indignazione per misoginia, i suoi rifiuti per viltà. Ippolito è sempre uguale a se stesso, sempre statico nella sua virtù. Molto più interessanti, per studenti e studiosi, i turbamenti e le contraddizioni degli adulti che lo circondano.
Quasi en passant, in un bel saggio autobiografico dal significativo titolo I baroni, il comparatista Nicola Gardini spende considerazioni illuminanti sull’interpretazione di Ippolito, oggetto del suo primo, angoscioso seminario nell’agghiacciante atmosfera dell’ateneo palermitano.
Eccole: “La soverchiante storia di Fedra, forse, è bastata a impedire a Ippolito di elevarsi a emblema. E alla fine, un emblema di che cosa’ Del misogino? A contrastarlo sorse il mito del don Giovanni […]La devozione per la divinità avrebbe potuto fare di Ippolito un santo. Ma la verginità e la santità sono caratteristiche praticamente esclusive di Gesù Cristo, che si è accaparrato anche il ruolo della vittima ingiusta. Pure la resurrezione, che è una parte della storia di Ippolito (dopo essere stato squartato dai cavalli di Poseidone fu ricomposto nel Lazio con il nome di Virbio, secondo le testimonianze di Virgilio e di Ovidio), pure la resurrezione è roba di Cristo. Il mito di Ippolito è fondamentale, ma è un mito che non piace perché fa torto alla giovinezza e la letteratura, da almeno cinque secoli, nonostante la realtà mostri il contrario, celebra le forze fresche dell’età più bella.[…]
Quella di Ippolito è la storia del figlio che soccombe al padre; il figlio maledetto dal padre[…]non tanto per la calunnia della matrigna, ma per una fede che suo padre non intende condividere, anzi intende combattere fino all’ultimo. La tragedia di Ippolito è la tragedia dell’adolescenza travolta dalla vecchiaia, dalla repressione e dal conservatorismo della retorica. Al mondo della polis (cioè della politica) di cui Teseo è l’ideologo, Ippolito oppone una società libera, nata per aggregazione spontanea e non per discendenza biologica (ecco il valore simbolico della proterva castità). Ippolito si appella più al valore della sua condotta che alle parole”.
E dalle parole verrà sopraffatto.

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