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Padre padrone, figlio mammone

Il ruolo del papà nella Grecia classica

C’è una contraddizione embrionale ed insanabile nella società patriarcale: l’uomo, capo della famiglia, membro della società, risorsa economica, vive e lavora fuori dalla casa, mentre la donna, apparentemente succube delle scelte del marito, fa dell’abitazione il proprio regno.
Più l’uomo proclama il proprio disprezzo per la domesticità e la propria leadership familiare, più la donna, saturandone le assenze e gli allontanamenti, prende possesso della casa.
Parlando dell’Italia meridionale (che ancora è permeata degli aneliti classici), Leonardo Sciascia scriveva che il primato dell’uomo era tutto di facciata e serviva per la piazza, per la recita in pubblico. Chi assumeva le decisioni di fondo e incideva sul destino della famiglia, era l’antica madre mediterranea.
In queste affermazioni, ricalca una lucida posizione di Plutarco, il quale, nel Dialogo sull’amore (752e-f; 753c-d), sostiene che l’emarginazione della donna nasce da un disprezzo dell’uomo al quale è congiunto il sospetto di una inferiorità maschile.
Quell’uomo che confinava le donne nel gineceo e proibiva loro, a prezzo della vita, di partecipare agli agoni sportivi era stato un bambino, aveva avuto nella madre l’unico punto di riferimento nelle piccole scelte che aiutano a crescere, aveva ammirato il padre come un eroe lontano, ma aveva davvero amato, davvero obbedito solo alla sua mamma.
Rispetto atavico, dunque; una volta cresciuto, l’uomo prendeva posto nella società, rimuoveva i suoi ricordi e le sue paure, anzi, con una serie di consuetudini, perpetuava la lotta alla forza femminile.
A parità di forze, l’uomo non può vincere, ed ecco che la legge vieta il matrimonio tra un uomo e una donna più vecchia, più colta, più ricca; il maschio, altrimenti, sarebbe stato inghiottito, sarebbe svanito, avrebbe perso la sua identità.
Stupisce che questi concetti non siano legati al femminismo, non siano urlati nella Genderkritik, ma ricalchino la posizione di un uomo greco, che rende finalmente esplicite quelle istanze catartiche che avevano fatto dell’eroina tragica una donna fosca, umorale, violentissima e spietata.
Philip Slater, studioso americano di cultura greca, giunge a conclusioni ben più estreme delle nostre, che ci limitiamo a sottolineare l’assenza del genitore dalla casa e l’immersione del bambino in un mondo totalmente femminile (con la parziale eccezione data dalla presenza degli schiavi domestici).
Slater allarga il discorso alla mitologia, annotando “malgrado la struttura patriarcale che li caratterizza, gli dei sono meno intimamente coinvolti delle dee nella vita degli uomini. In particolare, la tenace collera di Era è la molla dell’azione mitologica assai più spesso dei brevi capricci di Zeus e ha conseguenze di assai maggiore portata…Era sfoga la sua gelosia soprattutto perseguitando i suoi figliastri…non è possibile che questo fenomeno rifletta (nello stile se non nell’intensità) una situazione dominante della famiglia greca? Non è normale aspettarci che una madre frustrata sfoghi parte dei suoi risentimenti sui figli? Sembra probabile che una tendenza di questo genere sia la causa dell’aspetto minaccioso delle donne in tanta parte della mitologia greca”
Alle domande retoriche di Slater, risponderei in maniera negativa: la donna, a mio avviso, non percepiva la frustrazione, perchè era comune all’intero mondo femminile. I nostri uomini, che vivono la famiglia, che hanno meno potere economico, ma più influenza domestica sono più felici, al contrario, di quei padri solo genetici che ai figli preferivano l’agorà.
Un augurio a tutti i padri d’Italia e in particolare al mio splendido, adoratissimo papà.