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Aristotele protagonista ne “Il Novellino”

Un aneddoto medievale sullo Stagirita.

Nell’assenza quasi completa delle fonti, nell’incapacità di decifrare il greco che accomuna il mondo medievale, i personaggi che animarono la Grecia antica sopravvivono nell’immaginario collettivo e sono circonfusi da un’aura leggendaria che ne perpetua il nome.
Il Novellino, silloge anonima di racconti databile agli ultimi anni del tredicesimo secolo, su cento racconti ben dieci sono dedicati al mondo ellenico.
Aristotele, in particolare, incarna l’ideale del saggio dalle intuizioni quasi divinatorie e si tinge di un’arguzia tutta medievale nel confondere Filippo II, il suo mentore e, talvolta, contro ogni verisimiglianza storica, il suo aguzzino.
Già il terzo racconto, uno dei più lunghi dell’intera raccolta, è dedicato a lui. Il suo nome non è mai pronunciato (del resto fu considerato “il Saggio” per antonomasia), ma l’ambientazione nella corte di un re Filippo non lascia dubbi sulla sua identificazione.
Il re, dunque, si fidava molto dei consigli di Aristotele, “il quale era di tanta sapienzia che, nell’intelletto suo, passava oltr’alle stelle”. Una prima volta lo interpellò per valutare un magnifico destriero che gli era stato regalato; il filosofo lo osservò un po’ e sentenziò che, nonostante le apparenze, era stato allevato con latte di asina. La valutazione fu prontamente verificata: Filippo, stupito, ordinò che, a spese dello stato, fosse fornita al filosofo mezza pagnotta di pane al giorno, vita natural durante.
Non passò molto tempo che il re, riorganizzando il suo forziere d’oro, convocò il filosofo per un consulto: gli sarebbe saputo piacere quale delle sue pietre fosse più preziosa. Una in particolare lo attirava molto, ma Aristotele smorzò subito i suoi entusiasmi, proclamando che era verminosa. Incredulo, Filippo fece frantumare il gioiello e dovette costatare, suo malgrado, l’esattezza della previsione. Il rancio quotidiano passò, di conseguenza, ad un’intera pagnotta quotidiana.
Aristotele era ormai fidato; a lui si poteva esporre il rovello segreto del sovrano: di chi mai era figlio? Era davvero blu il sangue che scorreva nelle sue vene?
Senza esitazione, Aristotele osservò che era figlio di un fornaio: la madre di Filippo, scoperta, dovette confessare il lontano adulterio. Il re, sgomento, volle sapere da quali fattori il filosofo avesse arguito la verità. E quello rispose: “il cavallo aveva le orecchie basse, contrariamente alla sua natura; la pietra era calda, a differenza delle altre; e tu, che mi offri pane mentre i veri governatori avrebbero donato ricchezze e possedimenti, non puoi che esser figlio di fornaio!”.