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D'Annunzio legge il greco...

...e si immedesima in Ulisse. Un aneddoto riportato da Tom Antongini

Non c’è coscienza senza conoscenza.
Gabriele D’Annunzio trasse dalla lettura assidua e appassionata delle opere greche spunti non solo per le sue opere, ma anche per la sua stessa condotta di vita.
Tom Antongini, che del Vate fu editore, segretario ed amico, racconta di averlo sorpreso, una volta, commosso ed affannato mentre leggeva l’Odissea.
Lasciamo che sia lo stesso Antongini a riferirci il dialogo:

“Alzò gli occhi dal libro e mi disse: “Ho sempre posseduto molte delle qualità di Ulisse. Omero scrive che era..” (e incominciò la lettura del testo greco). Lo lasciai finire, poi gli feci osservare il più modestamente possibile che egli mi faceva un grande onore leggendomi il passo nell’originale, ma che in compenso io non avevo capito un bel niente. Allora, compiacentemente mi tradusse il passo: “Il Poeta scrive che Ulisse era “accorto, pertinace, scaltro, tessitore di inganni, quale tanti ne suole nutrire la terra feconda…” Tutte queste qualità io le ho sempre possedute; ma mi mancava un’altra dote di Ulisse: quella consacrata dall’ultimo epiteto omerico. “Espugnatore di città”. Ora (n.d.R. Dopo la conquista di Fiume) io sono anche questo. Non ho più nulla da invidiargli”.