Diogene il cinico, che, scardinando le convenzioni sociali, si fece alfiere di uno stile di vita davvero libero, mi ha sempre affascinato come esempio insuperabile di relativismo..
Proprio perché fuori dagli schemi, Diogene era soggetto allo scherno e alla derisione di sciocchi e di convenzionali, che non sapevano leggere la genialità trasudante dal suo anticonformismo. Per questo, tendevano ad emarginarlo dalle dinamiche di gruppo.
Un giorno, si sparse a Corinto la notizia di una prossima invasione da parte delle truppe macedoni. Le leggende metropolitane sono sempre esistite: il timore si trasforma in panico, le ipotesi diventano certezze, l’ansia dilaga e il sospetto rende iperattivi. Senza che Filippo si fosse ancora mosso dagli accampamenti di Cheronea (338 a.C.), cominciarono ampie opere di fortificazione della città: tutti facevano qualche cosa, ostacolandosi l’un l’altro, azzerando il secondo ciò che aveva eretto il primo.
Nel caos generale, Diogene prese la botte in cui dormiva (unica concessione alle smanie di possesso che rendono gli uomini schiavi dei propri averi), la trascinò sul colle Craneo e cominciò a farla rotolare fin sulla pianura per poi riportarla faticosamente sulla cima e continuare, proprio come in un girone dantesco. Agli astanti che gli chiedevano se fosse impazzito, rispose: “Sposto anch’io la botte in tondo, per non sembrare l’unico che non fa niente tra tanti che lavorano”.
L’aneddoto è riportato da Luciano, come emblema del lavoro intellettuale, utile (nella modestia lucianea) solo a chi lo scrive per sentirsi d’aiuto a sè e agli altri. Paradossalmente, proprio in questo XXI secolo di Basso Impero e incultura si svela appieno il senso dell’allegoria lucianea. Persone che non leggono neppure un libro al mese si sentono legittimate a scrivere e pubblicare, intasano di testi inutili gli scaffali delle librerie, deviano il gusto, sovvertono il paradigma letterario, smaniano per dare alla loro vuota esistenza un senso solo vergando pagine che nessuno mai leggerà.
Greco e Classici
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