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Shakespeare scriveva per soldi

Lo zibaldone di Nick Hornby (1/80 Gran Bretagna, London)

Nick Hornby è un autore controverso: ha spunti intelligenti, una certa verve espressiva, ma scade spesso nel trito e nel colloquiale per compiacere i lettori improvvisati. Come critico letterario, invece, è delizioso: parla dei libri che ha letto ed amato senza nessuna spocchia censoria, senza invidie e senza sviolinate, proprio come se si rivolgesse ad amici come lui entusiasti della lettura. Per questo, non mancano riferimenti alla vita personale, agli umori e agli amori dello scrittore, nelle inedite vesti di lettore. I limiti fondamentali di questa opera sono sostanzialmente due: l’esiguo numero di testi analizzati (addirittura, Hornby ammette di non aver avuto mai un qualsivoglia volume sotto mano per un mese intero. A me non succede da quando avevo cinque anni) e il fatto che riflettano il panorama editoriale angolofono, trattando così di testi spesso non tradotti in Italia.
La nostra nazione compare due volte: una, nella veloce recensione a Gomorra, il celeberrimo libro-inchiesta di Roberto Saviano, l’altra quando, parlando di “Nell’esercito del faraone” di Tobias Wolff, in cui l’autore racconta l’impatto che, da soldato, ebbe con Napoli durante la seconda guerra mondiale, compare la figura dello “zio di Roma”, un figurante che durante il funerale sappia impersonare il parente ricco, sobrio e dignitoso in contrasto con le manifestazioni esagerate di dolore dei parenti.
Anche se Hornby è sostanzialmente un lettore onnivoro, lo colpiscono soprattutto i riferimenti alla galassia Gutemberg; per questo, riferisce curiosi particolari estrapolati dalle sue letture (il caso di Thomas Hardy, ad esempio: per permettergli di occupare da morto la sua cappella nel Wessex e consentire contemporaneamente esequie solenni a Westminster, fu seppellito due volte: il cuore da una parte, il resto del corpo, cremato, altrove). Da lui sappiamo, così, che lo sceneggiatore Spike Milligan, per superare il blocco dello scrittore, infarcisce di parolacce il copione. Quando gli manca una battuta, quando non sa come legare due parti, scrive a caratteri cubitali gravi offese e continua imperterrito nella stesura. A storia finita, interviene a colmare le lacune: entro la decima rilettura, non c’è più traccia di volgarità.
Vorrei congedarmi da Hornby riproponendovi, però, un brano da lui molto amato, tratto da The child that books built di Francis Spufford, sulle emozioni di un bambino che impara a leggere:

“Quando mi ammalai di orecchioni non sapevo leggere, quando ripresi la scuola sì. La prima pagina dello Hobbit era un intrico di simboli da decifrare singolarmente e poi da legare con fatica l’uno all’altro[…] quando arrivai all’ultima pagina dello Hobbit, tuttavia, la scrittura si era ammorbidita, si era trasformata in liquido trasparente, dapprima viscoso e stagnante, quasi significato in gelatina, poi più fluido e scorrevole, sempre più rapido, fino a raggiungermi alla velocità del pensiero, e a quel punto non sapevo più distinguere le sue suggestioni dai miei pensieri. La mia accelerazione verso la parola scritta fu vissuta anche come trasformazione del mezzo. In realtà, la scrittura aveva cessato di essere una cosa (un oggetto del mondo) ed era diventata mezzo, sostanza attraverso la quale guardare.