
In quale giorno della storia dell’uomo vi sarebbe piaciuto vivere?
E’ la domanda che la redazione de “Il Sole 24 ore” ha posto ai suoi giornalisti e ai lettori Nel numero odierno (26 agosto 2009) Andrea Casalegno (il noto articolista sessantacinquenne, figlio di quel Carlo ucciso dalle Brigate Rosse durante gli anni di piombo) espone i motivi per cui avrebbe voluto essere presente il giorno della battaglia di Maratona.
L’eroismo degli ateniesi in quella circostanza ha cambiato la storia del mondo. Se l’Occidente ha potuto preservare i suoi valori di libertà e dinamismo, lo deve a quel manipolo di eroi che seppero fronteggiare e sconfiggere un esercito dieci volte superiore.
Dopo aver specificato le coordinate storiche della vicenda, Casalegno si dilunga ammirato a descrivere le tecniche del combattimento oplitico, ammirevole soprattutto per quello spirito di corpo che lega i soldati nell’opporre ai nemici un muro di ferro. Una breve digressione all’epica, alle singolar tenzoni degli eroi omerici, serve a chiarire l’innovazione dell’esercito greco, chiuso in attacco, coeso nella marcia e nella difesa.
Casalegno narra l’evento sulla falsariga di Erodoto, lamentando tuttavia l’incisiva concisione del racconto (ed effettivamente dispiace la stringatezza dello storico nel narrare eventi tanto eroici, specie considerando che i libri precedenti sono estremamente doviziosi di particolari sui più piccoli aspetti della vita quotidiana dei popoli studiati).
Mentre sottolinea la disparità nel rapporto di forze (7000 ateniesi contro 70.000 o più persiani), insinua, quasi en passant quale sia il limite principale dell’esercito di Dario, l’assenza di truppe corazzate. Al ferro ateniese si contrappone la forza della cavalleria persiana: al termine dello scontro, sul campo restano 192 greci e 6400 persiani.
La disparità dell’esito non deve stupire: spiega infatti Casalegno che
“identica sproporzione si riscontra nelle battaglie di Alessandro il Macedone e di Giulio Cesare. Nel mondo antico i caduti erano pochissimi quando le truppe mantenevano la formazione; la stragrande maggioranza dei caduti era colpita alle spalle durante la fuga, quando il panico trasformava il cedimento in rotta disordinata. Allora la battaglia diventava un massacro.”

Benedetta Colella








