12 settembre 490 a.C.

La battaglia di Maratona vista da Andrea Casalegno

In quale giorno della storia dell’uomo vi sarebbe piaciuto vivere?
E’ la domanda che la redazione de “Il Sole 24 ore” ha posto ai suoi giornalisti e ai lettori Nel numero odierno (26 agosto 2009) Andrea Casalegno (il noto articolista sessantacinquenne, figlio di quel Carlo ucciso dalle Brigate Rosse durante gli anni di piombo) espone i motivi per cui avrebbe voluto essere presente il giorno della battaglia di Maratona.
L’eroismo degli ateniesi in quella circostanza ha cambiato la storia del mondo. Se l’Occidente ha potuto preservare i suoi valori di libertà e dinamismo, lo deve a quel manipolo di eroi che seppero fronteggiare e sconfiggere un esercito dieci volte superiore.
Dopo aver specificato le coordinate storiche della vicenda, Casalegno si dilunga ammirato a descrivere le tecniche del combattimento oplitico, ammirevole soprattutto per quello spirito di corpo che lega i soldati nell’opporre ai nemici un muro di ferro. Una breve digressione all’epica, alle singolar tenzoni degli eroi omerici, serve a chiarire l’innovazione dell’esercito greco, chiuso in attacco, coeso nella marcia e nella difesa.
Casalegno narra l’evento sulla falsariga di Erodoto, lamentando tuttavia l’incisiva concisione del racconto (ed effettivamente dispiace la stringatezza dello storico nel narrare eventi tanto eroici, specie considerando che i libri precedenti sono estremamente doviziosi di particolari sui più piccoli aspetti della vita quotidiana dei popoli studiati).
Mentre sottolinea la disparità nel rapporto di forze (7000 ateniesi contro 70.000 o più persiani), insinua, quasi en passant quale sia il limite principale dell’esercito di Dario, l’assenza di truppe corazzate. Al ferro ateniese si contrappone la forza della cavalleria persiana: al termine dello scontro, sul campo restano 192 greci e 6400 persiani.
La disparità dell’esito non deve stupire: spiega infatti Casalegno che

“identica sproporzione si riscontra nelle battaglie di Alessandro il Macedone e di Giulio Cesare. Nel mondo antico i caduti erano pochissimi quando le truppe mantenevano la formazione; la stragrande maggioranza dei caduti era colpita alle spalle durante la fuga, quando il panico trasformava il cedimento in rotta disordinata. Allora la battaglia diventava un massacro.”

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