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I fratelli Kennedy, eroi greci

L'opinione di Bernard-Henry Lévy

Con la scomparsa di Ted Kennedy, giunge a compimento un’epopea che ha appassionato il mondo. Tre fratelli, dotati di ogni dote naturale, eppure vittime di un destino avverso e beffardo, incarnano il concetto stesso dell’inoppugnabilità del Fato.
Attorno alle loro biografie, grandiose, certo, ma non prive di umane debolezze, gli americani hanno costruito un vero e proprio mito, non scalfito neppure dalle rivelazioni scandalistiche che negli ultimi anni insidiano la memoria dei Kennedy.
Il famoso antropologo Bernard Henry Lévy, in un editoriale comparso oggi (30 agosto 2009) su Il corriere della sera, ripercorre le gesta, gli amori e le passioni di tutti i membri della dinastia e li paragona a quelli del ciclo tebano greco. Bellezza, arroganza, sicurezza, potere: tutte queste doti, necessarie al successo, non hanno potuto stornare dal capo dei tre fratelli e delle loro chiacchierate compagne il fulmine della sventura, della rovina, della morte.
I loro pregi giganteggiano tanto più quanto più si contrappongono al dramma delle loro morti, spettacolari e scioccanti come e più delle loro vite: da uomini, per quanto eccezionali, essi diventano così miti.
Le rivelazioni, le calunnie, i gossip che infangano spesso il ricordo dei Kennedy interessano il biografo, ma non la collettività, prona ad incensarli come fulgidi esempi di gloriosa sventura. Lo stesso atteggiamento caratterizzò il popolo greco: non c’era nessuno che non riconoscesse la cecità intellettuale di Edipo o la prepotenza di Polinice, ma le remore morali erano zittite dalla contemplazione del mito.