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Edipo e il mercato del crimine

La necessità della delinquenza secondo Karl Marx

A che cosa dobbiamo le sublimi suggestioni dell’Edipo?
Alla fantasia di Sofocle?
Al serbatoio mitologico da cui il drammaturgo attinse?
Alla nostra sensibilità letteraria?
Niente di tutto questo, per Karl Marx.
Ce lo dimostra in un pamphlet intitolato “Elogio del crimine”, recentemente ripubblicato dalla casa editrice Nottetempo con la prefazione di Andrea Camilleri
Secondo il grande filosofo del comunismo, dobbiamo l’Edipo, e con lui buona parte della letteratura, al grande mercato del crimine. È ipocrita stigmatizzare il male, fingere di voler cancellarlo dal mondo, esortare al bene.
Il male è componente primaria dell’agire umano e, quel che è peggio, la più produttiva a livello economico.
Attorno ad un singolo criminale guadagnano le aziende che si occupano di prevenzione (antifurti, salvavita etc), tutte le carriere giuridiche (avvocato, giudice, cancellieri, uscieri del tribunale) e penitenziarie (direttore delle carceri, questurini), tutti i sociologi, gli psicologi, gli interpreti a vario titolo della società.
E poi ci sono loro, gli intellettuali.
Todorov affermò che la letteratura nacque il giorno in cui un bambino gridò “Al lupo, al lupo!” e il lupo non c’era. Nacque con la menzogna, si sviluppò nelle situazioni pruriginose e incerte, si nutrì della paura mista a fascino per il diverso.
Se Edipo non avesse ucciso Laio, se, prima ancora, Laio non avesse abbandonato suo figlio per avidità di potere, se l’uditorio non avesse vibrato, riconoscendo nel dipanarsi della storia gli istinti sopiti di rivalità tra padre e figlio, la penna di Sofocle certo non sarebbe bastata.