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La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo

Audrey Niffenegger narra un amore al di là del tempo e dello spazio (2/80)


La vita, per quanto intensa, per quanto piena, è sempre circoscrivibile nello spazio e nel tempo, sempre parziale rispetto alle potenzialità che il mondo offre, sempre dominata dal mistero della morte e della malattia. Molti autori, perciò, hanno sognato di superare le barriere spaziotemporali per offrire all’individuo la possibilità di volare dall’uno all’altro momento della propria vita, scavalcando gli anni, tornando a rivivere scene che non si seppero gestire o proiettandosi in un futuro non più temibile, perché ormai noto.
Audrey Niffenegger va ad ampliare la schra degli scrittori che si sono cimentati in questo filone aureo, basando però la narrazione esclusivamente sull’amore fra Henry e Claire. Lui, in grado di viaggiare nel tempo sia pure con modalità eccentriche, scandisce i rituali di crescita della moglie comparendo ad allietarne infanzia e adolescenza ben prima dell’incontro reale. Lei, messa di fronte al suo futuro fin da bimba, ad esso condiziona tutta la propria vita. Le prime trecento pagine ripetono e riecheggiano questo schema: l’apparizione di lui, il disagio che ne consegue, qualche anticipazione sul futuro, la repentina sparizione. Nonostante la maestria stilistica della Niffenegger il racconto alla lunga diventa noioso, ma, proprio quando, estenuati dal continuo replicarsi della stessa scena, dalla vivisezione di ogni battito del cuore e dall’estenuante individuazione di ogni piccolo cambiamento nell’aspetto fisico dei protagonisti, stiamo per abbandonare la lettura, un colpo di scena movimenta la storia offrendo il destro a nuove e non futili riflessioni.
Per offrirvi un saggio della prosa dilatata e attenta alle sfumature, riproduco qui un brano sul rapporto di Claire, colpita da un grave lutto, con il sonno:

“Dormo tutto il giorno. I rumori volteggiano intorno alla casa: il camion della spazzatura nel vicolo, la pioggia, i rami degli alberi che battono contro la finestra della camera. Dormo. Abito il sonno con ostinazione, me lo impongo e lo controllo, scaccio i sogni, rifiutando, rifiutando. Ora il sonno è il mio amante, la mia smemoratezza, il mio oppio, il mio oblio. […] è pomeriggio, è notte, è mattino. Tutto si riduce a questo letto, questo sonno infinito che rende i giorni un giorno interminabile, che ferma il tempo, dilata e compatta il tempo fino a togliergli senso. A volte il sonno mi abbandona e fingo di dormire, come quando Etta (la nutrice n.d.R.) veniva a svegliarmi per andare a scuola. Respiro lentamente e profondamente. Immobilizzo gli occhi sotto le palpebre, immobilizzo la mente e presto il Sonno, vedendo un’imitazione tanto perfetta, viene a unirsi al suo doppio.”