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L'illusione scolastica

Edmondo Berselli affonda il bisturi nel corpo malato della Pubblica Istruzione

Ho sempre amato le frasi funamboliche e lo stile maiuscolo di Edmondo Berselli. In questi giorni, mi sono imbattuta in un lungo saggio, Post italiani (Mondadori, 2003) in cui l’autore, non senza sfoggi eruditi, cerca di fotografare dal punto di vista sociologico la vita degli italiani dopo la caduta di quei valori che avevano orientato lo stile di vita negli anni di Piombo.
L’utopia comunista da un lato, la fede cattolica dall’altro avevano condizionato le coscienze italiane per tutto il secolo scorso. Che ne è alle soglie del Duemila?
Vorrei riproporvi excepta dal suo lucido e doloroso discorso sulla scuola (da lui interpretata come l’ultima roccaforte dello sperimentalismo di sinistra)

“Brave maestrine, maltrattatissime dallo Stato patrigno, avevano accettato con tanta buona volontà il comandamento antipassatista che per imparare a leggere e scrivere i ragazzini dovessero “partire dal grafo”, sgorbiare i quaderni senza preoccupazioni né estetiche né semantiche, finchè per un miracolo dell’antipedagogia lo sgorbio non si sarebbe evoluto in una firma, in uno stampatello, in un corsivo decifrabile, insomma nel controllo calligrafico maturo, per quanto tardivo, della scrittura. Altre storie e altri tempi, quando le mamme insegnavano ai bambini a comporre !a, bi, ci2 in modo rigorosamente conservatore ma funzionale, sicché questi andavano spesso a scuola che sapevano già leggere e scrivere, con le vecchie maestre che gongolavano di soddisfazione per le doti dei pupi. Adesso grazie al grafo e allo sgorbio ci si mette un anno anno, se il dio dei grafi collabora, e i figli dell’età techno, espertissimi di giochi complicati alla playstation, continuano a leggere con il ito sulla pagina fino alle medie, sillabando in modo inarticolato, ai limiti della disabilità.[…]
Nei licei si era imposto come testo base “Il materiale e l’immaginario”, di Remo Ceserani e Lidia De Federicis: una bibbia transgenerazionale, un’opera sofisticata, il vero e unico manuale totale interdisciplinare, in cui trasparivano strumentazioni come la semiologia e lo strutturalismo. La contestualizzazione veniva realizzata dal testo, dal docente, dalle capacità percettive e categoriali dell’alunno: accidenti, si insegnava un metodo, non una serie di curiosità slegate o eterogenee.
Basta con lo “strano ma vero””, con gli episodi celebri, con le date, con le paci, le guerriciole, le successioni, il cuius regio esiu religio, la Prammatica sanzione, i matrimoni morganatici, il Dio me l’ha data, l’Obbedisco. […]
Come nelle migliori pedagogie, anche in questo caso si commetteva un peccato di ottimismo, nel senso che si pensava, e si continua a pensare, che la popolazione scolastica sia la migliore possibile, quindi da sollecitare con riflessioni e metodi, meglio ancora con metodologie.[…] Sotto sotto, serpeggiava l’idea della scuola come una comunità di lavoro, un laboratorio sociopolitico, un atelier spirituale in cui si sarebbe realizzata la fusione degli animi, cioè il miracolo immateriale del modellarsi di una coscienza condivisa.
Per la verità sarebbe bastato osservare le facce degli studenti, adolescenti e postadolescenti, osservando quelle fisionomie medioborghesi o tardoproletarie, l’abbigliamento, le acconciature tendenziose e i tatuaggi, gli smalti neri o viola sulle unghie, per temperare questo ottimismo; sarebbe bastato qualche approfondimento sulle loro abitudini per capire in quale direzione si evolvessero gli interessi.
Secondo i pessimisti, verso una propensione generalmente irresponsabile al consumo, al materialismo spicciolo, all’intrattenimento svaccato, verso una spiccata brutalità nei rapporti fra i sessi, l’assenza di galateo come stile collettivo. E allora perché si nutrivano tante illusioni, così generoso ma anche così irrealistiche? Per quale ragione, nonostante l’invecchiare grigio dei “prof”, la loro perdita di status, come raccontavano le indagini dello Iard, corredata dal disincanto professionale, dallo stipendio effettivamente di merda, dalla conseguente femminilizzazione del corpo docente, e via andare?”

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