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Figli obesi: educazione alimentare e significati affettivi a partire dalla famiglia

L'aumento dell'obesità tra i bambini richiede un'attenzione maggiore alle loro abitudini alimentari, all'educazione “a tavola” senza dimenticarsi il significato relazionale e affettivo che il cibo e il peso corporeo rappresentano.

obesità infantile

A giugno l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) ha pubblicato le sue stime circa l‘obesità infantile: l’Italia è in testa alla classifica con oltre un milione di bambini obesi di età compresa fra i sei e gli undici anni. Il fenomeno, inoltre, è in crescita. Anche le ricerche italiane non risollevano l’animo: un anno fa l’indagine condotta dal ministero del Lavoro e della Salute e coordinata dall’Istituto Superiore di Sanita’ nei bambini di terza elementare ha calcolato che il 23,6% e’ in sovrappeso ed il 12,3 e’ obeso.

Quindi, tutti a dieta? Se il rigore a tavola è fonte di stress e frustrazione per un adulto, potete immaginare come possa essere vissuta la dieta da un bambino: una vera tortura. La vera lotta all’obesità infantile nasce dall’educazione alimentare, partendo da come e cosa mangiare, per poi controllare la quantità. Infatti, già modificando la dieta con cibi più sani e organizzando i pranzi con maggiore calma, seduti intorno al tavolo chiacchierando, il problema verrebbe ridotto di molto.

È necessario ricordare che mangiare può diventare una strategia per attenuare l’ansia e la depressione, attenuando le frustrazioni e gratificando se stessi. Ciò porta a mangiare non solo quando si ha fame, ma anche quando emotivamente si è a terra. Questo meccanismo, a volte un circolo vizioso, porta all’aumento di peso e alla difficoltà a modificare le proprie abitudini. Considerare i vuoti affettivi, le frustrazioni e le ansie che inducono il bambino a chiedere il bis, scardina il meccanismo sopracitato, aiutando il bambino ad affrontare direttamente ciò che lo fa soffrire e abbandonando le razzie alimentari a tavola.

Il cibo e il momento del pranzo diventano per l’uomo metafore della comunicazione e del relazione con se stessi (a partire proprio dal proprio corpo) e con gli altri: rifiutare del cibo o mangiarne abbondantemente esprime significati relazionali e sociali molto forti. Da parte dei genitori è importante, quindi, dare un senso all’ingordigia del proprio figlio, interpretando tale comportamento non come semplice “vizio” o “abitudine” fine a se stessa, ma come un atto comunicativo nei confronti di se stesso e della famiglia.
Spesso, il malessere dei bambini obesi viene ricollegato all’eccesso di peso in sé e alle reazioni dei coetanei. Sicuramente tutto ciò pesa notevolmente sull’umore del bambino, ma come conseguenza dell’eccesso di peso. Il malessere spesso è da trovarsi altrove: in una mancanza percepita, un’ansia sottostante, un’insicurezza insidiosa e nel tentativo di trovare soddisfazione con il cibo. Quest’ultimo e, di conseguenza, il peso del proprio corpo può apparire al bambino una delle poche cose che può e riesce a gestire, ristabilendo così il senso di capacità e competenza.

Come scrive L. Rappoport nel suo libro “Come mangiamo. Appetito, cultura e psicologia del cibo”, edizioni Ponte alle Grazie, pubblicato nel 2003:

“Che vi piaccia o no, il modo in cui mangiamo è strettamente correlato a ciò che siamo o vogliamo diventare. Di fatto, è la presentazione privata e pubblica di noi stessi attraverso il cibo, giacché, per quanto attiene al temperamento, i significati del cibo sono ubiqui e spesso paradossali, nel senso che sono rivolti sia all’interno sia all’esterno. Possiamo cioè mangiare in maniere che mirano a soddisfare necessità interne e personali, oppure sono destinate a produrre un’impressione negli altri. Il nostro comportamento alimentare può quindi essere intimo e velato (alcuni mangiano come davvero desiderano solo quando non c’è nessuno ad osservarli) oppure, come l’abbigliamento, può far parte della immagine sociale che noi stessi costruiamo”.

Frequentemente, e purtroppo molte ricerche lo confermano, sono proprio i genitori che non si accorgono del problema o lo sottovalutano: in fondo, un bambino cicciotello appare più sano e simpatico rispetto al coetaneo mingherlino. Quando, poi, la famiglia stessa tende ad avere qualche chilo in più, la presenza di “ciccia” appare normale. Tali valutazioni, però, portano a creare quelle abitudini alimentari difficili da modificare e che tanto incidono sull’aumento di peso.

Attenzione però a non scivolare nell’ossessione per il controllo del cibo e del peso: le conseguenze sarebbero catastrofiche. Infatti, l’ansia per mangiare poco e sano e vedere l’ago della bilancia scendere, porta a quell’agitazione che viene sedata solo dal trangugiarsi un’intera tavolata di salumi e dolci. E il meccanismo di gratificazione ricomincia…