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Aiutare i propri figli a socializzare

È nel rapporto con i propri genitori, soprattutto nei primi anni di vita, che il bambino impara a relazionarsi con gli altri, mentre la rapporto con i coetanei è secondario per la maturazione delle capacità relazionali.

aiutare i propri figli a socializzare

Settembre non significa solo fine delle vacanze, ma per molte famiglie coincide con l’inizio dell’organizzazione della vita dei figli: asilo nido, scuole materne elementari o superiori, iscrizioni alle varie attività sportive, corsi di musica, canto…l’elenco è interminabile.

Una delle moderne ossessioni dei genitori, non seconda al desiderio di avere una prole di geni, consiste nel vedere i propri figli pieni di amici e sempre immersi nella folla. In un termine: la socializzazione.

Per questo motivo, tante mamme sono disposte a iscrivere i propri figli in determinate scuole e in corsi particolari, a trascorrere ore ed ore nei parchi dopo la scuola. Non sono da meno i padri che corrono con le proprie auto da un quartiere all’altro per accompagnare e riprendere i propri figli o quelli altrui.

Nulla da contestare alle buone intenzione di questi genitori e ai loro sforzi, ma è necessaria una specifica: le capacità a relazionarsi trovano il loro fondamento nella relazione con i propri genitori.Un’adeguato attaccamento, fatto di momenti condivisi, di emozioni espresse e rielaborate insieme permettono al bambino di separarsi dai genitori e affrontare i coetanei e situazioni quali la scuola o i differenti corsi. È da quel rapporto che emergerà il benessere della persona e anche le sue capacità di stare insieme agli altri.

Soprattutto nei primi anni di vita, dalla nascita ai 3 anni, il rapporto con i coetanei è secondario per la maturazione delle capacità relazionali. Infatti, il bambino deve prima imparare a conoscere se stesso, a riconoscere le proprie emozioni e imparare a gestirle. Deve, soprattutto, acquisire quella sicurezza di base che gli permetterà successivamente di interagire con gli altri in modo sicuro.

Tutto ciò avviene all’interno del rapporto genitore-figlio: stare insieme giocando, interagendo, divertendosi, ma anche arrabbiandosi e facendo i capricci. Questa è la vera condizione che permetterà al piccolo di sviluppare un’immagine di sé adeguata e una capacità di interazione sufficiente per affrontare serenamente il mondo esterno e i coetanei.

La condivisione e il riconoscimento da parte dei genitori sono le fondamenta della personalità del figlio e lo aiutano nello sviluppo di un’identità equilibrata capace di gestirsi nel rapporto con l’altro. Senza questa struttura l’interazione diventa fonte di stress e frustrazione, conducendo verso l’isolamento o la reiterazione di relazioni poco gratificanti. Diversamente, il rapporto con i coetanei assume connotati gratificanti sia sul piano ludico sia sul piano affettivo.

Ad esempio, accogliere i capricci del bambino, che altro non sono che l’espressione di un disagio o di una rabbia che il piccolo non sa come gestire, comprenderne ciò che lo fa stare male e cercare insieme di trovare una soluzione creativa, che rassereni il bambino e sia accettabile per il genitore, è uno di quei momenti di grosso impatto sull’evoluzione psicologica del bambino: egli imparerà a comunicare con le persone, ad essere accettato e accettare le emozioni negative, a gestirle adeguatamente e risolvere le difficoltà. Tutte competenze necessarie per interagire con i coetanei in maniera assertiva.

Il confronto con i coetanei inizia ad assumere una funzione importante a partire dai 3 anni, quando il bambino, affrancato dall’affetto dei genitori, può aprirsi verso gli altri, affrontando l’incontro con un livello adeguato di stress. Naturalmente, se la “base sicura” si è strutturata, non è necessario un’immersione totale nel mondo dei coetanei: dopo un’intera giornata tra compagni e maestri, i bambini posso rilassarsi tranquillamente a casa insieme ai propri genitori. Magari raccontandosi la giornata, coccolandosi sul divano o rilassandosi tutti davanti ad una buona pizza!