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Violenza contro le donne: la difficoltà a denunciare

Per riuscire a denunciare, la donna deve riscoprire il proprio valore di donna, la dignità del sentimento femminile, del suo potere di “dare vita”. A un figlio come a se stessa. Questa scoperta è quella linfa che riesce a sconfiggere la fatica e fa trovare l'energia per sollevare la testa e guardare con fiducia il proprio futuro.

psicologia donna maltrattata

Si parla sempre più spesso della violenza sulle donne, nella maggior parte dei casi perpetrata tra le mura domestiche e da familiari, cercando di incoraggiarle a denunciare tali situazioni. Pubblicità, volantini, servizi telefonici: sono alcuni degli strumenti utilizzati per sostenere le donne ad intraprendere tale percorso, ma i dati ci raccontano, ad esempio, che delle telefonate al Telefono Rosa, già un numero ristretto rispetto alle situazioni esistenti, solo una minima parte si trasforma in denuncia e inizio di una nuova vita lontana da compagni violenti.

Come è possibile per una donna riuscire ad arrivare a prendere il coraggio di utilizzare queste indicazioni e denunciare? E perché le donne fanno così fatica a denuncia e a scappare da simili situazioni?

È proprio nella parola fatica che troviamo una prima risposta: fatica ad andare avanti quando si è persa la speranza, fatica a ricucirsi una vita quando ci si sente incapaci, fatica a risvegliare la propria autostima quando gesti, parole e pensieri la schiacciano.
Speranza e autostima sono fattori trasversali a culture, capacità economiche e intellettuali e vanno alimentati, nutriti, abbeverati. Dalla donna, in prima persona, e da chi la circonda: famiglia e società.

Nel documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo, si vede come i mass media tolgano linfa vitale alla dignità della donna, assetandone la speranza e depredandone le reali risorse, per lasciarla sola in presenza del proprio corpo come squallido simulacro, come unico oggetto da barattare.

Nel suo libro Donne che corrono con i lupi, Pinkola Estes interpretando la fiaba La piccola fiammiferaia spiega un interessante aspetto della psiche femminile: quando la donna si trova in difficoltà tende a lasciarsi andare all’immaginazione e alla fantasia, in un atto auto-consolatorio che la depriva della possibilità di agire e modificare la situazione.

La donna congelata, priva di nutrimento, tende a elaborare continui sogni ad occhi aperti, sul “come sarebbe se”: un bel giorno…, se solo avessi…, lui cambierà…, quando sarò davvero pronta…, quando mi sentirò più sicura…, quando troverò un altro. Ma questa fantasia confortevole è una fantasia che uccide. E’ una distrazione seducente e letale dalla realtà.

La piccola fiammiferaia, nel tentativo di riscaldarsi, prima cerca di vendere i fiammiferi e poi li accende, perdendosi nelle fantasie che prendono vita nella luce del fiammifero, privandosi così della vera fonte del calore che tanto ricerca: la capacità di agire, di mettere in pratica la sua creatività e farne dono solo a chi lo sa apprezzare. E quindi alimentare. (P. Estes)

I bei sogni, quando le condizioni di vita sono difficili, non vanno bene. In tempi duri dobbiamo avere sogni duri, sogni reali, quelli che, se ci daremo da fare, si avvereranno. (P. Estes)

Cosa ha perso la piccola fiammiferaia e con lei le donne che non riescono a denunciare ed uscire da una situazione di violenza? Afferma La Estes:

Alle donne nella condizione della piccola fiammiferaia l’iniziazione è andata storta. Le condizioni ostili, che fanno parte dell’iniziazione, non servono per approfondire ma per decimare. Gli archetipi di iniziazione femminile sono: dare la vita, il potere del sangue, così come essere innamorate o ricevere un amore che alimenta e nutre.

Nel mito di Atena ritroviamo un esempio di inizializzazione andata storta: Atena nasce dalla testa del padre Zeus, che la mette al mondo a sua immagine: saggia, intelligente e ingegnosa. Nasce completamente armata, amante delle arti della guerra e meno degli uomini (rimarrà vergine), protegge i guerrieri e in differenti occasioni combatte contro il femminile. “Figlia del padre”, diede il proprio nome alla città di Atene, sconfiggendo Nettuno. Secondo uno dei miti sulla fondazione della città greca, per placare l’ira del dio sconfitto, gli ateniesi decisero di punire le donne: non più considerate ateniesi, persero il diritto di voto e la possibilità di conservare il nome della madre, identificate solamente in quanto “mogli dei cittadini maschi”.

Non molto diverse appaiono ai giorni nostri le donne vittime di violenze: attive, sempre pronte a risolvere problemi, a gestire la vita quotidiana, capaci e pronte di fronte alle battaglie giornaliere. Ma non a quelle che riguardano la loro dignità di donne, la degna considerazione di quel femminile che tanto le farebbe volare libere nel cielo delle loro capacità creative. Come Atene hanno imparato l’arte della tessitura, ma non per produrre tele come le nonne e le madri hanno loro insegnato, bensì per eseguire stendardi da innalzare in nome dell’identificazione con il maschile e con la supremazia del maschile.

Di queste donne, quelle che denunciano i compagni violenti sono quelle che hanno riscoperto il loro valore di donna, la dignità del loro sentimento femminile, del loro potere di “dare vita”. A un figlio come a se stesse. Questa scoperta è quella linfa che riesce a sconfiggere la fatica e fa trovare l’energia per sollevare la testa e guardare con fiducia il proprio futuro.

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