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“Acciaio” e il silenzio tra padri e figli

Un romanzo sulla tragedia dei nostri tempi: l'analfabetismo affettivo e l'incapacità di una comunicazione autentica

â��Acciaioâ�� e il silenzio tra padri e figli“È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti. (“Il giovane Holden”, J. D. Salinger)

Il romanzo d’esordio di Silvia Avallone “Acciaio”, che trova riscontri ambivalenti tra lettori e critici, ci consegna, volontariamente o no, uno spaccato della realtà moderna: non tanto nella storia in sé, nella vita operaia, nella crisi adolescenziale o nei profili dei personaggi, ma nell’incapacità di riflessione e in una sorta di “analfabetismo affettivo”.

Non un solo capoverso per scendere nelle emozioni, per ascoltarle e raccontarle. Genitori e figli che non si parlano, la comunicazione in famiglia si concentra sulle questioni pratiche. Sesso, amore, dolore, morte…non trovano parole, nessun confronto tra mondo adulto e adolescenti in cerca di un’identità. Persi i genitori, persi i figli. Non si comprendono l’un l’altro, non comprendono se stessi e neanche il mondo che li circonda. Ciò che è importante è l’ossessione per la bellezza, per fare – ballare, scopare, correre in auto o in motorino. Le angosce per il futuro, l’inquietudine per un presente drammatico si esorcizzano così: muoviti, fai qualsiasi cosa, appari sul palcoscenico.

Una volta si parlava di “educazione all’affettività”: compito della scuola, compito per la famiglia. Oggi parlare di emozioni spaventa le persone. Genitori e figli compresi. Si tace e si lasciano urlare i gesti, i comportamenti. Spesso dannosi, pericolosi e a volte mortali. Perchè l’essere umano deve comunicare, soprattutto con le persone più significative per la sua esistenza. Se mancano le parole, lo fanno i comportamenti, con il rischio di percorrere rotaie sbagliate e derragliare.

I tempi cambiano ma le tematiche affettive che le persone devono affrontare per crescere, e per crescere insieme, rimangono uguali. “Il giovane Holden” di J. D. Salinger ha ancora molto da insegnare ai protagonisti di “Acciaio”:

“Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. È una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio.”