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Otto giornalisti senza rete per sette giorni

Unplugged Reporters e’ il titolo dato all’esperimento condotto da otto noti giornalisti del Washington Post: sette giorni senza nessun tipo di collegamento con la rete. Banditi pc, smartphone[...]

Unplugged Reporters e’ il titolo dato all’esperimento condotto da otto noti giornalisti del Washington Post: sette giorni senza nessun tipo di collegamento con la rete. Banditi pc, smartphone e ogni altro strumento in grado di collegarsi ad internet. Una vita che si potrebbe definire monastica per chi va online ogni giorno, ogni momento e basa la stragrande maggioranza del suo lavoro sulla reperibilita’ e sulla diffusione delle notizie tramite il web. Una settimana senza posta elettronica ne’ social network, motori di ricerca o chat. L’idea era quella di capire quanto siano dipendenti dalla rete, otto persone che lavorano nel mondo dell’informazione e non, ad esempio, persone che normalmente non hanno niente a che fare con le nuove tecnologie o, addirittura, votate all’ascetismo. Dalle parole ai fatti , quindi. E la blogosfera (lo sappiamo, di questo neologismo potremmo anche fare a meno :-) ha seguito con interesse questo test, che potrebbe essere visto come una risposta a quanto fecero cinque giornalisti delle radio pubbliche francofone qualche tempo fa, che si isolarono dal mondo ma continuarono il loro lavoro utilizzando soltanto Facebook e Twitter. Vediamo, allora, come i redattori del Washington Post hanno vissuto la loro esperienza che li ha portati a riscoprire il lavoro giornalistico senza web dopo aver accettato con entusiasmo la proposta del caporedattore, Mark Fischer. Che tipo di reazioni hanno avuto? Quanto hanno resistito? Pare che sia stata davvero molto dura. C’e’ stato chi, come Theresa Vargas, dopo appena qualche ora, ha chiesto di essere esonerato dal gruppo degli otto, per potersi buttare subito in un’inchiesta sul cyber-stalking: lei, staff writer del Post, oltre ad un profondo senso d’angoscia, ha, addirittura, avuto un disagio fisico alle mani, perche’ all’improvviso non erano piu’ occupate a gestire compulsivamente lo smartphone. Christian Davenport, invece, e’ diventato laconico gia’ dopo pochi giorni: secondo lui, e’ stupido restare una settimana senza internet, non si diventa piu’ saggi soltanto per il fatto di aver staccato, non serve fare a meno della rete per capire cio’ che si ha intorno. C’e’ poi il caso di Michael Rosenwald, il quale, sentendosi cosi’ bene, ha deciso di non voler mai piu’ tornare come prima, tanto da impegnarsi a non twittare piu’ di una volta al giorno e disinstallando molte applicazioni del suo cellulare: “non sono un gadget” ha detto. Paul Schwartzman ha raccontato di aver approfittato del temporaneo black out per rileggere vecchie lettere di amici e fidanzate e di aver riscoperto il fascino della scrittura a mano…