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Bancarotta della reputazione

Sono in molti a richiedere l’introduzione del diritto costituzionale all’oblio dei propri dati digitali. Pochi mesi fa, l’Unione europea ha appoggiato la campagna “Pensa prima di[...]

Sono in molti a richiedere l’introduzione del diritto costituzionale all’oblio dei propri dati digitali. Pochi mesi fa, l’Unione europea ha appoggiato la campagna “Pensa prima di postare“. Campagna pensata per far riflettere, soprattutto i giovani, sulle possibili conseguenze che potranno scaturire dalla pubblicazione di una foto sopra le righe, di un link compromettente, di un testo pregiudizievole (guarda questo video). Sono in vertiginoso aumento i casi di persone che non hanno ricevuto un incarico professionale, oppure che sono state licenziate a causa di poco apprezzate opinioni espresse sul loro blog, su Twitter, su Facebook o su uno dei tanti altri social network. Il punto e’ che una brutta figura rimane una brutta figura anche dopo anni, mentre una buona azione viene subito dimenticata. Negli Usa, il 75% dei responsabili delle risorse umane, prima di assumere, esamina a fondo ogni documento on line che riguardi chi ha fatto domanda per un impiego. E, nel caso di file poco edificanti, respinge i candidati nel 70% dei casi. Per questo, nascono societa’ come Reputation Defender, in grado di “ripulire” il web da contenuti poco edificanti. E siccome la rete si evolve (gli esperti sostengono che stiamo per entrare nel web 3.0 in cui le persone saranno considerate affidabili o meno nei rapporti umani, oltre che in quelli professionali, in base a quanto risulta on line sul loro conto), c’e’ chi mette le mani avanti e crea applicazioni come Data Check che offre il servizio di sleaze detector (rivelatore di sfigati). O, ancora, l’interessante “Personal Digital Vip” ideato da Sara Caminati. In ogni caso, quest’effervescente situazione porta gia’ alcuni intellettuali a invocare la “bancarotta della reputazione”, grazie alla quale potersi poi rifare una vita…