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Io Clarence: pulp fiction per delocalizzare la cultura

E' stato bello e significativo che la rappresentazione della commedia di Adelmo Togliani sia stata portata in un innovativo teatro romano di periferia. Il "Tor Bella Monaca" è una bella struttura, una "fabbrica di cultura". La recensione



La recensione dello spettacolo al Teatro Tor Bella Monaca

E’ stato bello e significativo che la rappresentazione “Io Clarence” sia stata portata in un innovativo teatro romano di periferia. E’ una commedia - con efficaci protagonisti Adelmo Togliani e Anna Lisa Catucci ben calati nei personaggi - che parla del malessere, dell’incapacità di comunicare, del degrado culturale.

Il “Tor Bella Monaca” è una bella struttura del “Teatro di Roma”. Gli elementi architettonici ricordano una fabbrica. E questa è davvero una “fabbrica di cultura” in periferia, favorendo la delocalizzazione culturale.

Abbiamo assistito alla rappresentazione di “Io Clarence” del 22 marzo dove era presente, come guest star, l’attore Stefano Sarcinelli nella parte del “boss”.

In essa si spara prima di parlare. Ci sono tanti modi per comunicare, spesso però i giovani, soprattutto quelli di aree disagiate ma non solo, sono “disarmati” (nelle parole, nei gesti, nelle azioni, nei sentimenti) e incapaci a farlo.

La ricerca di un microfilm da parte di una sgangherata coppia di giovani delinquenti, è alla fine la ricerca di un’ “uscita” da un ambiente e una cultura, asfissianti, che tendono a eliminare.

Il nome del protagonista “Clarence” è un omaggio al film cult “Una vita al massimo” (primo capitolo della trilogia “pulp” di Tarantino con “Le Iene” e “Pulp Fiction”, ndr). Il Clarence di Tarantino è appassionato di Presley e film di kung fu. E nella scena teatrale del Clarence di Togliani non a caso c’è, appeso alla parete, il manifesto di Bruce Lee…

La commedia di Adelmo Togliani è strutturata come una “pulp fiction” paradossale, ironica, sarcastica, sempre sopra le righe. Sulla parete campeggia pure il poster di un’impronta digitale, a ricordare che siamo catapultati in un thriller; ma anche a sottolineare metaforicamente che ciascuno di noi è unico, ha un tratto distintivo. Forse è quello che i protagonisti della pulp-commedia non hanno capito. O hanno compreso troppo tardi.

Non c’è un perché per la morte dello spacciatore “Posillipo” (Vincenzo D’Angelo) , sulle note di un brano “neomelodico” partenopeo, all’inizio della recita.

Non vogliamo svelare il finale amaro (anche perché la commedia verrà portata in scena in altre occasioni). Sottolineiamo però che la rappresentazione ci fa comprendere che i protagonisti si sono negati una “via di fuga” . Si sentono oppressi e perdenti. Non comprendono che la libertà può essere conquistata; forse sarebbe bastato ascoltare un vecchio 33 giri…

Gaetano Menna

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