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Amleto grida vendetta sulle note dark dei Massive Attack

In un’atmosfera fredda e tetra, da ambiente ospedaliero, vive Amleto, splendidamente interpretato dal bel tenebroso Alessandro Preziosi, assoluto padrone della scena. Vendicarsi significa veramente fare giustizia? È il dubbio di Amleto è il dubbio degli spettatori. Al Teatro Quirino fino al 7 febbraio 2010. La recensione della prima

Amleto. La recensione della prima
In scena al Teatro Quirino
fino al 7 febbraio 2010

Penombra. Un letto al centro del palcoscenico. Amleto è lì sdraiato, si agita. Lo spettatore entra nei suoi sogni notturni, nei pensieri. Risuona nella coscienza la voce del padre defunto; accusa Claudio, zio di Amleto, della propria morte, lo addita ad assassino. Il fantasma del re di Danimarca aleggia nella mente, incita il figlio alla vendetta personale, a fare giustizia. Ma vendicarsi significa veramente fare giustizia? È il dubbio di Amleto è il dubbio degli spettatori.

È questa l’immagine offerta al pubblico all’inizio dell’ “Amleto“, tragedia shakespeariana portata in scena al Teatro Quirino di Roma nella versione curata da Eugenio Montale e oggi diretta da Armando Pugliese.

In un’atmosfera fredda e tetra, da ambiente ospedaliero, vive Amleto, splendidamente interpretato dal bel tenebroso Alessandro Preziosi, assoluto padrone della scena. È un Amleto inquieto che grida vendetta sulle note dark dei Massive Attack. Vigoroso e dolente. Indignato e dissacrante. Saggio nella sua “follia”. Moderno negli abiti seicenteschi. Al suo fianco Orazio (Marius Bizau), amico fidato e fedele, suo alter ego.

Da sottolineare la presenza di molti personaggi secondari messi in risalto dalla regia di Pugliese: Polonio (interpretato molto bene da Ugo Maria Morosi) Laerte e re Claudio (interpretati da Giovanni Carta e Francesco Biscione) Rosencrantz e Guildestern amici di Amleto (rispettivamente Maurizio Tomaciello e Marco Zingaro), la regina Geltrude, madre di Amleto, (Carla Cassola) ed infine Ofelia (interpretata da Silvia Siravo).

Il contesto è inserito in una scenografia semplice, di pochi arredi essenziali. Un unico ambiente con molteplici valenze, un luogo-non luogo con pareti invisibili che da corte regale diviene un giardino funereo (sfondo immaginario del famoso monologo essere/non essere).

Un fondale nero cela e poi svela paesaggi indistinti e mette in risalto il protagonista vestito tutto di bianco. Amleto diviene così simbolo di purezza e incorruttibilità che si scontra con disonestà e degenerazione del mondo circostante.

Monica Menna

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