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Il teatro-canzone quasi gaberiano di Enzo Gragnaniello

Al Teatro Vittoria fino al 31 gennaio "L'erba cattiva... non muore mai" con Enzo Gragnaniello e Luigi Di Fiore . C'è l'amore per una Napoli popolana e verace. E si toccano tanti temi... la guerra, la violenza sulle donne, le morti bianche. Si alternano i registri dell'impegno con quelli del ricordo, del divertimento e dell'ironia. La recensione


“L’erba cattiva… non muore mai”. La recensione
In scena al Teatro Vittoria fino al 31 gennaio 2010

Lo spettacolo “L’erba cattiva… non muore mai” - al teatro Vittoria fino al 31 gennaio 2010 - inizia con un filmato in cui si vede l’attore co-protagonista Luigi Di Fiore in compagnia del regista Bruno Colella che attraversa i vicoli dei Quartieri Spagnoli di Napoli dirigendosi verso l’abitazione di Enzo Gragnaniello che si trova proprio nel cuore della Napoli antica. In palcoscenico è quindi ricostruita la stanza di casa Gragnaniello con l’artista ed il suo ospite che, tra comodi cuscinoni, si accingono a collaborare, l’uno alla chitarra, l’altro al computer, per preparare un nuovo progetto di spettacolo assieme. Mentre provano ci sono le simpatiche intrusioni di un giovane aspirante attore (Vincenzo Catapano) che vuole a tutti i costi prendere parte allo spettacolo che il cantautore e l’attore stanno costruendo.

Questo il tema in cui si inseriscono le canzoni di Enzo e le performance di Luigi.
Gragnaniello canta le sue canzoni (a cominciare da “L’erba cattiva”, da cui ha preso il nome questa rappresentazione, a “Non è rapace” dedicata a Matteo Salvatore, “Stu criato” ispirata alla tarantella del Gargano). Propone tra l’altro “classici” (”Indifferentemente” di Sergio Bruni) e brani di Don Backy (”Sognando”) e Domenico Modugno (Dio come ti amo”).

Chi ha assistito a precedenti performance di Gragnaniello sa bene come l’artista sia timido e di poche parole e preferisca far parlare la sua musica. Quindi la prima piacevole sorpresa in sala è quella di vederlo recitare e raccontare.

Al suo fianco in scena valenti musicisti: Erasmo Petringa (contrabbasso), Ezio Lambiase (chitarra), Emidio Petringa (percussioni tradizionali) e Attilio Pastore (con le sue particolari “percussioni a fiato”).

Sullo schermo scorrono contributi video ed immagini del passato. Tra cui quella di Pippa Bacca. Gragnaniello ha voluto ricordare l’artista barbaramente uccisa in Turchia nel corso del suo viaggio-performance in giro per il mondo, vestita da sposa. Pippa Bacca portava un messaggio di pace, con momenti simbolici come quello della Lavanda dei piedi che faceva alle ostetriche perché portatrici di vita in paesi devastati dalle guerre. Pippa, nello spettacolo al Teatro Vittoria, diventa il simbolo della violenza sulle donne (e le immagini di lei in abito da sposa scorrono proprio quando Enzo esegue una toccante versione di “Donne”).

In questo spettacolo si toccano tanti temi… la guerra, la violenza sulle donne, le morti bianche (si vedono fugacemente anche le immagini di Dario Fo con cui Gragnaniello aveva duettato in ” ‘A Flobert” la canzone-denuncia dei Zezi sulle morti bianche). E non manca il ricordo di Mia Martini e di Roberto Murolo, omaggiati da un’intensa interpretazione di “Cu’mmé”.

Si alternano i registri dell’impegno con quelli del ricordo, del divertimento e dell’ironia.
Quello proposto al Teatro Vittoria è uno spettacolo-canzone quasi gaberiano, che trasuda napoletanità. C’è l’amore per una Napoli popolana e verace che non è certa quella dell’immagine iconografica del mandolino, del Vesuvio con il pennacchio e del pino scenografico.

Certo portare uno spettacolo così profondamente partenopeo al di fuori di Napoli (tra l’altro senza l’appeal di Marisa Laurito, impegnata in teatro con la commedia musicale “Aggiungi un posto a Tavola”) è un atto di coraggio della compagnia e della produzione (Kadija di Armando Fusco). Comunque la rappresentazione è stata molto apprezzata dal pubblico.

Merita una sottolineatura la perfomance teatrale di Luigi Di Fiore che, mostrando tutta la sua versatilità e passando con disinvoltura dal “serio” al “comico”, fa dimenticare l’assenza della pur brava Laurito.

Claudio Costantino

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