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Sala Umberto: il teatro neorealista tocca le corde dell'anima

In "Ladro di razza", al Teatro Sala Umberto fino al 23 gennaio 2011, Francesco Pannofino, Rodolfo Laganà e Francesca Reggiani accompagnano il pubblico in momenti di forte comicità, trascinandolo con la loro verace romanità. Tra le molteplici battute non mancano però momenti di riflessione e anche di commozione. Si rievoca una pagina tragica di storia ispirandosi alla tradizione cinematografica del Neorealismo. La recensione della prima


Ladro di razza. La recensione della prima del 29 dicembre 2010
In scena al Teatro Sala Umberto fino al 23 gennaio 2011

Prima che il sipario si apra, che gli attori entrino in scena e si avvii la rappresentazione di “Ladro di razza” (in scena al Teatro Sala Umberto fino al 23 gennaio 2011) la serata della prima inizia come normalmente si conclude. Il regista Stefano Reali sale sul palco per porgere i propri ringraziamenti a tre celebri artisti presenti in sala: i registi Carlo Lizzani e Ugo Gregoretti e il compositore, premio nobel Ennio Morricone.

Reali ha ricordato l’impegno intellettuale e civile di vecchia data di Lizzani e Gregoretti. Si sofferma in particolare a raccontare che Lizzani fu uno dei creatori del Comitato studentesco di agitazione che il 29 gennaio 1944 proclamò uno sciopero generale contro i tedeschi e i fascisti in tutte le scuole di Roma. In quell’occasione il giovane studente Massimo Gizzio perse la vita ucciso da alcuni fascisti del gruppo “Onore e combattimento” che attaccarono i manifestanti a colpi di pistola.

E poi un doveroso ringraziamento a Morricone che ha incoraggiato lo stesso Reali a riprendere l’attività musicale. Ed è proprio di Reali la colonna sonora che accompagna i passaggi salienti della pièce in palcoscenico nell’accogliente Teatro Sala Umberto.

Durante la rappresentazione vengono proiettate delle immagini tratte dal film “L’oro di Roma”, diretto dallo stesso Lizzani. Nello spettacolo, così come nel film, si racconta che durante l’occupazione di Roma nel ‘43 i tedeschi obbligarono la comunità ebraica a raccogliere e consegnare 50 chili d’oro e che nonostante le promesse, deportarono tutti.

Gli estratti del film contribuiscono a creare l’atmosfera di quegli anni e costituiscono inoltre delle mini pause della messa in scena mentre vengono effettuati i cambi di scenografia a vista. Si passa continuamente da un ambiente all’altro: dalla piccola e fredda baracca di legno; povera dimora dell’operaio Oreste (interpretato da Francesco Pannofino) e luogo di accoglienza per il ladro Tiberio (Rodolfo Laganà) alla ricca casa dell’ebrea Rachele (Francesca Reggiani).

Si rievoca una pagina tragica di storia ispirandosi alla tradizione cinematografica del Neorealismo; a film come “Ladri di bibiclette”, “Roma città aperta”. Si racconta la Roma negli anni del secondo conflitto mondiale: una città bombardata, svuotata nelle notti di coprifuoco ma capace di rialzarsi sempre e di sollevarsi con estrema umiltà e orgoglio.

Pannofino, Laganà e Reggiani accompagnano il pubblico in momenti di forte comicità, trascinandolo con la loro verace romanità. Tra le molteplici battute non mancano però momenti di riflessione e anche di commozione.

Il testo ben costruito, la simpatia e la bravura dei tre protagonisti, l’accorta regia, permettono di portare in scena una commedia intensa che sa toccare le corde dell’anima, che alterna momenti comici ad altri più tragici. Davvero uno degli spettacoli più belli della stagione teatrale in corso, che parte dalla storia per farci riflettere sulla guerra, sul razzismo, sull’amore, sulla generosità… Soprattutto sui sentimenti che nemmeno un plotone di esecuzione può uccidere.

Monica Menna

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