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Teatro Quirino: rabbia implosiva nella casa opprimente

"I pugni in tasca" in scena al Teatro Quirino fino al 13 febbraio 2011. Tutta la rappresentazione si svolge in una casa opprimente ed ossessiva, che è prigione, manicomio, cimitero. Ambra Angiolini e Pier Giorgio Bellocchio sono molto bravi e veritieri. Ambra non si risparmia neppure nei ruzzoloni (che sono veri e dolorosi). La recensione della prima


“I pugni in tasca”. La recensione della prima
In scena al Teatro Quirino fino al 13 febbraio 2011.

I pugni in tasca”, celebre film esordio di Marco Bellocchio del 1965, diviene oggi uno spettacolo teatrale in scena al Teatro Quirino fino al 13 febbraio 2011. A curarne la riduzione e l’adattamento teatrale è stato lo stesso Bellocchio mentre la regia è stata curata da Stefania De Santis.

Sul palcoscenico un cast davvero intenso, espressivo e toccante guidato da Ambra Angiolini (nella parte di Giulia che fu interpretata nella versione filmica da Paola Pitagora) e dal figlio d’arte Pier Giorgio Bellocchio (nel ruolo del fratello Alessandro).

In scena gli altri componenti di un’insana e patologica famiglia: il fratello “malato” Leone, il fratello “sano” Augusto, la loro madre e Lucia (fidanzata di Augusto, l’unica estranea al gruppo familiare) rispettivamente interpretati da Giovanni Calcagno, Fabrizio Rongione, Giulia Weber e Aglaia Mora.

Da sottolineare l’interpretazione della coppia Bellocchio-Angiolini: nella finzione scenica sono fratello e sorella uniti da un rapporto promiscuo e ambiguo. Apparentemente normali ma invece complici di un piano assurdo di omicidi.
Entrambi mettono in scena una estrema fisicità; il corpo diviene protagonista di violenze carnali, di ruzzoloni dalle scale, di balli catartici.

La ricostruzione scenografica - incentrata sull’abitazione della famiglia al centro della trama - è particolarmente suggestiva. Gli ambienti domestici si risolvono in piccole e anguste celle. L’arredamento è scarno: le stanze da letto sono gabbie occupate dai soli letti, la cucina dal solo tavolo da pranzo. Sono assenti finestre. Ben si rappresenta quel senso soffocante e insopportabile che opprime. È una casa-prigione.

Non ci sono vie di scampo, di fuga, di salvezza.
Tra le mura domestiche ci si nasconde, si segrega la malattia che terrorizza e si alimenta la perversione. È una casa-manicomio.

Sanità/malattia, normalità/follia, vita/morte si confondono…
Si uccide per tornare a vivere. Ma è una vita-non vita che inevitabilmente finirà per autodistruggersi nella casa-cimitero.

Monica Menna

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