Questo sito contribuisce alla audience di

ADDIO A GIUSTINO DURANO

Era un signore d'altri tempi. Si faceva chiamare Giustano Durino, storpiando scherzosamente il suo nome. Era un uomo riservato e schivo, timido e malinconico. Caratteristiche comuni ai grandi comici. E lui era un grande comico. Addio, Giustano, ti sia lieve la terra.

Di lui, una volta qualcuno aveva scritto che possedeva la forza di un paradosso
e la lievità di uno sberleffo.

Nulla di più vero. Irrequieto e poliedrico,
Giustino Durano
è stato un grande giocoliere del
surreale. E in molti, fummo ad accorgercene anche quel giorno, appena nel
dicembre scorso, quando ricevette, atteso e importante, coronamento di una
lunga e vitalissima carriera, il prestigioso Premio
Ubu.

Commosso e stupito, l’allampanato, lunare Giustino, lì, sulla ribalta
del milanese Piccolo Teatro (ribalta a lui tanto cara perché gli ricordava
il debutto nella storica rivista da camera Il dito
nell’occhio
, accanto a Dario Fo e a Franco
Parenti
, ringraziò con un discorsetto che era una vera
lezione di teatro. Strabiliante.

Da giocoliere appunto della parola e del gesto.

La summa di tutti i suoi estri e le sue fantasie.

Da attore che come pochi altri aveva fatto del suo corpo arte e dell’arte
il suo pane. Pane per necessità, forse. Perché veniva dal profondo
sud il travolgente Durano.

Da Brindisi, dove era nato nel 1923.

La mimica già svolazzante (furono la sua caratteristica quelle sue
ossute e lunghe braccia e mani che provocavano l’aria), la dizione che già
picchiettava le sillabe (altro suo vezzo, e spassosissimo) aveva solo 21
anni quando per la prima volta seppe conquistare una platea.

In uno spettacolo d’arte varia a Bari per le Forze Armate dove ebbe come
regista, quando si dice il caso, il maggiore Anton
Giulio Majano
, colui che sarà poi il re degli sceneggiati.

Quello spettacolo gli spalancò la strada verso l’avanspettacolo ma
anche verso le riviste radiofoniche allora di moda.

I nomi più noti dell’immediato dopoguerra accanto a lui, ma soprattutto
gli amici già citati Fo e Parenti con i quali farà sodalizio
e presenterà Il dito nell’occhio e Sani da
legare
, appunto in quel teatro di via Rovello apertogli con generosità
da Paolo Grassi.

Due spettacoli che a metà degli anni Cinquanta si può ben
dire rivoluzionarono il nostro teatro leggero e comico affidandosi a un copione
ricco di geniali invenzioni.

Poi , archiviato il cabaret teatrale, Durano passa alla rivista più
tradizionale.

Prima accanto alla Osiris e in trio con
Bramieri e Vianello. Eccolo in
Okay fortuna
. È il 1956. Poi due anni dopo è con
Macario in Chiamate
Arturo 777
.

Successivamente dal 1960 è la prosa che lo affascina e che diventerà
un lungo appassionante amore; anche se come lui stesso dovrà affermare
dal 1974 al 1987 vi fu una lunga pausa di riflessione.

Una presenza significativa la sua sulle scene teatrali, quasi mai però
da protagonista assoluto ma sempre in ruoli di «carattere» disegnati
con acuta intelligenza e sensibile partecipazione.

Segue Giorgio Strehler nella formazione
del gruppo Teatro-Azione a Prato (la città dove a lungo Durano vivrà)
partecipando a Il mostro lusitano di
Weiss e Nel fondo di Gor’kij.

Affronta ruoli importanti in Pirandello (fu un memorabile Sampognetta in
Questa sera si recita a soggetto accanto
ad Alida Valli), Shakespeare, Goldoni, Molière, Beaumarchais. Canta
e recita al Piccolo Teatro con Milva.

Affronta anche numerosi ruoli in operette fra l’altro accanto ad Ave Ninchi
e Carlo Campanini. Vitale, giocoso, beffardo, serio e ironico sempre, il
nostro Durano finché un giorno (strana coincidenza era il 19 febbraio
del 1985) legge su molti giornali la notizia della sua improvvisa scomparsa.
Un madornale errore.

Lo stesso interessato preciserà che si trattava di un omonimo cugino
e farà sua la battuta di un altro vivo dato per morto, cioè
Mark Twain: «La notizia della mia morte
è certamente prematura»
s
oave e beffardo
Giustino.

La vita doveva riservargli ancora e per fortuna 17 anni di applausi e di
successi.

Anche a dargli la possibilità, dopo tante altre partecipazioni di
successo, di entrare nel cast di La vita è
bella
di Benigni e disegnarvi
una di quelle figurine di «giocoliere surreale» a lui tanto care
e per la quale fu premiato con un Nastro d’argento.

Ciao, Giustino, ti sia lieve la terra.

Ultimi interventi

Vedi tutti