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"BENVENUTI A COLONO"

Nello Mascia ci ha inviato questa bella recensione dell'EDIPO A COLONO che Mario Martone ha proposto all'India di Roma. Uno degli spettacoli più suggestivi della stagione.

  Martone accoglie gli amici e gli spettatori sull’acciottolato dell’India con un significativo:”Benvenuti a Colono”.
E infatti per lui - sulla scorta delle  vicende che lo portarono ad allontanarsi dal Teatro di Roma -  questo luogo è davvero la sua Colono privata. Il luogo poetico della libertà d’espressione. L’approdo a un anelito di democrazia. Democrazia. Parola oggi  scossa da  venti sibilanti sinistri e gelidi presagi. Perciò la scelta dell’India non è casuale. L’uso dello spazio per Martone non è mai casuale.
E nell’Edipo a Colono lo spazio è fondamentale. In nessun’altra tragedia sofoclea la desicrizione  della natura ha un ruolo così imponente e una forza evocativa così  forte.
Il  genio di Mimmo Paladino ne è ben consapevole e  costruisce un percorso magico e primordiale che coinvolge immediatamente lo spettatore-coreuta.  I luoghi si succedono alle scene con avvicendamento sapiente e incalzante. 
Nell’atrio dell’India è il tramonto. E un vento freddo e insidioso scuote i centoventi spettatori ammessi a sedere su provvisorie gradinate. Da dietro un capanno avanza a stento Edipo. Vecchio e malandato. Mendico. Sorretto amorevolmente da una smarrita Antigone. Il piede destro infilato in una busta di plastica da supermercato, ci ricorda il suo etimo. Edipo più o meno significa Piedone.
Avanza a stento Edipo. Appesantito da malanni fisici. Gli anni, la cecità, i piedi gonfi. E più  ancora provato da terribili esperienze esistenziali. Edipo è il simolo-sintesi dell’ umana esperienza. L’incesto, l’assassinio del padre, l’ingratitudine dei figli.  Impreca Edipo. E subito riconosce il luogo. I cittadini di Colono dapprima lo temono. Temono di essere contaminati dalla sua colpa. Vorrebbero evitarlo. Poi decidono di rivolgersi a Teseo.
La reggia. Si entra nelle tre magnifiche sale dell’India. Dove Paladino ha disposto da una parte una gradinata e il trono, al centro  gradinate laterali e uno spazio libero, e nella sala opposta una enorme vasca-lavacro. Teseo promette a Edipo protezione. Ma ecco uno stridore di freni d’auto sulla ghiaia. Ecco aprirsi l’enorme portone di fronte. Ed ecco irrompere due enormi e rombanti BMW nere. Che vomitano neri body-guard armati di mitra. E un inquietante Creonte (un po’ Kubrik, un po’ Linch) in smagliante doppiopetto bianco. Assiso su una smagliante sedia a rotelle, che egli aziona con scattante perizia. Creonte vuole ricondurre in patria Edipo, e ricevutane risposta negativa, rapisce Antigone e Ismene.  Che saranno  successivamente recuperate da Teseo.
E’ la volta di Polinice ora. E’ un momento centrale della tragedia. Nel suo lungo bellissimo monologo Polinice urla, piange, implora perdono al padre per averlo un tempo scacciato. Ma Edipo non cede. Non si commuove Edipo alle lacrime del figlio. Perchè Polinice è un opportunista. Ha bisogno dell’autorità di Edipo e della sua alleanza  contro l’odiato fratello Eteocle. Ha bisogno della profetica benevolenza di Edipo per vincere l’imminente guerra che i Sette stanno per scatenare contro Tebe. E’ un opportunista, Polinice. Dal padre otterrà  uno sdegnato diniego.
Dopo aver svelato a Teseo come garantire la buona sorte ad Atene, Edipo, all’insorgere di un temporale, dirigendosi al bosco delle Eumenidi, misteriosamente svanisce. Misteriosamente. Ed è una delle morti più magiche e misteriose di tutta la tragedia greca. Edipo è “passato - dice un messaggero - in modo meraviglioso e dolce”.  
Ad Antigone e Ismene non resterà che tornare a Tebe. Torneranno a Tebe con l’intento di metter pace fra i due fratelli nemici. 
Bella, meravigliosa tragedia, Edipo a Colono. Pregna di un misticismo sublime e di  rigogliosa, sconfinata  “pietas”. Intrisa di una spiritualità e di una “religio” senza fine.
Bello, intenso spettacolo questo di  Martone. Denso di un malessere e di un tormento che è proprio della nostra  quotidianeità, costantemente minacciata . Spettacolo tra i più belli della stagione, questo di Martone. Il quale ha fra i suoi meriti quello di riuscire sempre ad assemblare un gruppo assai significativo.  Il “gruppo” per Martone è una fissazione. E’ un’idea di teatro, che viene - se è possibile - prima del teatro. Il gruppo. Le persone con cui condividere il lavoro. E qui il gruppo è di prim’ordine. Da Toni Bertorelli ( Edipo estremamente realistico e concreto), a Elena Bucci. Dall’inquietante Creonte di Varetto al magnifico, incisivo Polinice del bravissimo Binasco. Per giungere al Teseo secco e lucido di Andrea Renzi, attore modernissimo di rara  qualità espressiva.

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