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FILUMENA MARTURANO IN CROATO

Il Festival del Mediterraneo è Festival pieno di idee: Ovadia e il monoteismo, Peppe Barra e i sogni palestinesi.

Nel cuore del multiforme Festival del Mediterraneo, al Piccolo Teatro arriva uno spettacolo che non solo unisce il classico e il contemporaneo, ma amplia la prospettiva da cui guardare alla stessa cultura mediterranea: è la Filumena Marturano croata, il drammatico testo di Eduardo De Filippo nella versione sanguigna che ne ha dato il Teatro Nazionale di Fiume.

Il Mare nostrum degli antichi si allarga così dai Balcani alle coste africane, da cui provengono gran parte delle opere rappresentate finora. E’ virtuale o reale questo mare? «Il Mediterraneo - risponde il direttore del Piccolo Sergio Escobar - è un modello, una categoria, una forma forte del pensiero, come dice Edgar Morin: più che della geografia o della politica. Se ci fossimo legati ai titoli dei Tg, forse non sarebbe stato così. Un viaggio, come il nostro, dentro le differenze non si compie tanto per scoprire gli altri, quanto se stessi. Il concetto di fraternità che ne emerge è affine, come dice Massimo Cacciari, a quello antico della pietas , è una cosa laica, è curiosità». Avviata dalla danza e dalla musica egiziana come dalla ritualità dei Dervisci, quasi ad immergere subito lo spettatore in colori forti e forme esotiche, la rassegna, organizzata da Giovanni Soresi, si è spostata in questo mese verso la ricerca teatrale e musicale.

Tra le compagnie si è segnalato il Titus di Heiner Müller nella versione piena di energia visionaria del rumeno Alexandru Darie e il gruppo palestinese Inad Theatre con Sogni senza confini , sintesi di immagini drammatiche e buon ritmo.
Il Festival ha anche scelto degli approdi, dei punti di riferimento lungo la rotta segnata: Giorgio Albertazzi con il suo imperatore romano-greco Adriano e, da domani, Marco Paolini con il singolare percorso «lontano da casa» sulle orme del Sergente nella neve di Rigoni Stern. Né poteva mancare, con l’universale vitalità radicata più che mai nella cultura mediterranea, Ferruccio Soleri e l’ Arlecchino goldoniano di Strehler.
Questo, di metà novembre, è comunque un giro di boa nel lungo viaggio. «Arrivano la musica e le donne, musical barocchi e grandi figure femminili», riassume Soresi. «Dai Paesi invitati, dalle giovani drammaturgie ci sono stati proposti spettacoli forse più maturi - aggiunge Escobar -, ma il fatto è che questo Festival, così seguito dai giovani, ha fatto capire quanto sia contemporanea la drammaturgia, quanto ci sia bisogno, nostalgia di una forma diretta, forte come il teatro».
Come, appunto, questa Filumena . Sanguigno, a volte violento, riprende la storia della prostituta madre di tre ragazzi che, dopo essersi fatta sposare con uno stratagemma, rivela al neomarito di averlo reso anche padre, senza però dirgli il nome del figlio carnale, allo scopo di assicurare a tutti e tre i giovani l’onorabilità di un cognome. A questa sorta di Medea rovesciata fa seguito lo scioccante dramma tunisino Junun , in italiano Demenze , match d’amore e terapia tra una psichiatra e il suo paziente, folle e poeta della realtà.
Dopo la festa di pace di Moni Ovadia che unisce nel canto le tre religioni monoteiste e dopo la Notte dei pastori magica e irriverente con Peppe Barra, siglano il Festival del Mediterraneo altre tre protagoniste: la donna che ritrova il suo antico amore e ricrea il suo universo nell’israeliano Sette giorni ; la poetessa che nel testo di Genêt messo in scena dal regista marocchino Ouzri fa rivivere l’orrore e la pietà dopo la strage di Chatila e, infine, come una mareggiata di un Mediterraneo che tutto travolge e poi acquieta, la Karmen di Goran Bregovich.

(fonte Corriere della Sera)

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