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"TROIANE" DELLA SINIGALLIA

Sinigaglia ha voluto in scena elementi “primari”, dalla terra, cosparsa sul palcoscenico e continuamente scagliata, manipolata, “usata” dagli attori, all'acqua, al fuoco, che ha caratterizzato anche la vibrante chiusura.

Uno spettacolo di grande impatto emotivo e visivo, che
punta più sulla forza del pathos e della comunicazione, che su criteri
di purismo classicista.

Si può commentare così Troiane, l’ultima
fatica di Serena Sinigaglia, una delle nuove personalità registiche
più interessanti del panorama italiano.

Con la sua compagnia, Atir, attiva sia in allestimenti classici che contemporanei,
Sinigaglia ha affrontato un testo poderoso e drammatico.

In una prova davvero corale e ben ritmata, nonostante le belle individualità,
soprattutto femminili, emerse durante la messinscena, la compagnia ha sviscerato
il testo di Euripide, rileggendolo in modo fedele ma non accademico, con
scelte anche coraggiose e impegnative. Tra queste, va ricordata la decisione
di inserire nell’originale euripideo, intermezzi dall’Iliade.

La forzatura ha forse prolungato oltre il dovuto la messinscena, spezzando
il fluire puro del testo tragico.

Bisogna però riconoscerne l’utilità, soprattutto per il pubblico,
non esperto di cultura classica, che ha potuto seguire, grazie a quel filo
rosso, il procedere della cruenta storia, ambientata proprio sotto le mura
di Troia, all’indomani del devastante saccheggio attuato dai greci.

Anche l’aspetto scenografico, improntato alla massima sobrietà, presenta
elementi degni di nota.

Insieme alle valigie, utili a mostrare la condizione di provvisorietà
e di imminente partenza delle Troiane ridotte in schiavitù, Sinigaglia
ha voluto in scena elementi “primari”, dalla terra, cosparsa
sul palcoscenico e continuamente scagliata, manipolata, “usata”
dagli attori, all’acqua, al fuoco, che ha caratterizzato anche la vibrante
chiusura.

Materia viva e primaria, per raccontare una storia altrettanto essenziale,
una vicenda antica di secoli eppure attualissima, che parla di guerra, di
sopraffazione, di crudeltà e vendetta, di orrore che travolgerà
vinti e vincitori sotto lo sguardo di divinità capricciose e grottesche.

Anche la recitazione, impostata su toni espressionisti, puntava a coinvolgere
ed emozionare lo spettatore, guidandolo alla scoperta del gorgo di violenza
senza fine, dalla scena di stupro iniziale, al nudo eroico di Cassandra,
fino alla parabola narrativa patetica di Ecuba, potente maschera tragica.

Con lei ancora la dolente Andromaca, il triste eroe Ettore e tutti gli altri
personaggi che riconosciamo tra i profughi e i derelitti di tutte le guerre.

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