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Terremoto ai vertici del festival di Santarcangelo.

Si dimette il direttore Olivier Bouin.

Quale futuro per Santarcangelo? O forse no, perché le dimissioni del direttore Olivier Bouin appaiono la conclusione naturale di una stagione del festival, se non proprio un atto dovuto al venir meno del consiglio d’amministrazione che in maniera non troppo limpida l’aveva voluto a quell’incarico - assecondando la storica pulsione italica a chiamare in soccorso milizie straniere per sbrigare le questioni di casa. Dimissioni per altro più volte minacciate e che dunque non sorprendono, erano note da tempo le divergenze con le istituzioni locali rispetto alla sua conduzione artistica. E il calo di pubblico delle ultime edizioni non deve aver facilitato una ricomposizione. Può semmai sorprendere il momento scelto, a tré mesi soltanto dalla prossima edizione del festival, a inizio di luglio, di cui Bouin lascia un programma ancora da confermare. E c’è da dubitare che il motivo della rottura sia principalmente economico, ovvero il taglio di 15mila euro imposto dal nuovo consiglio di amministrazione, insediato a dicembre sotto la presidenza di Sandro Pascucci con il mandato preciso di ripianare il debito e riscrivere lo statuto del festival. A Olivier Bouin va reso il merito di aver tenuto fermo lo sguardo sulla contemporaneità. E messa in conto qualche responsabilità. Non parliamo tanto dell’essersi Tirato dietro un clan familiare, con la pretesa di dettare da Parigi anche ‘immagine grafica. Quanto piuttosto la scelta di sommare direzione artistica e manageriale, col rischio di mancare poi nell’una come nell’altra. Quel che ora è in gioco non è però una carica ma l’identità (futura) di Santarcangelo. Cioè una sua possibile rigenerazione. Che vuoi dire, per quel che ci riguarda, ritrovare intanto una relazione con il proprio pubblico, che non è soltanto lo spettatore degli eventi che vi si producono. Senza nulla togliere alla vocazione internazionale del festival, ci piacerebbe che si tornasse almeno idealmente all’originaria intestazione di festiva] del teatro in piazza. Non solo per ribadire il legame con una tradizione, che qui davvero è una ricchezza. Perché è in quella piazza che si gioca la capacità di produrre ancora una comunità e dunque un sentimento collettivo. Mantenendo teso il filo della comunicazione con un’arte della contemporaneità che senza contraddizione è ricerca, immediatezza, contaminazione ma non gioco per pochi.

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