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LA BADANTE DI CESARE LIEVI

Un tema diffuso. Una ragazza ucraina che dà affetto a una anziana, sostituendosi ai figli.

Finalmente in scena un testo che parla di oggi, di noi, del nostro sguardo sulla vita. Si tratta della Badante di Cesare Lievi presentato con grande successo al Teatro Santa Chiara di Brescia: una commedia che ha il merito di mettere in primo piano un tema di cui tanto si discute nella nostra società affluente ma quasi del tutto priva del senso di umana solidarietà: la malattia, la vecchiaia e la sua solitudine. Condizione nella quale si trovano a vivere in molti, bisognosi di aiuto o di un affetto che i figli, quando ci sono, non possono o non si sentono di garantire. Il caso della vecchia signora un po’ svanita attorno alla quale ruota la bella commedia di Lievi - una donna ricca con un forte senso del comando, che vive in una casa sul lago di Garda vicino a Salò, «città di morti» come si dice alludendo agli ultimi sussulti del regime fascista -, è emblematico da questo punto di vista.

Con molto tempo a disposizione per rivedere il suo passato con quel poco di memoria che le resta, critica nei confronti dei figli che giudica con feroce severità (uno è un industriale del lusso ossessionato dal guadagno con una moglie impicciona al fianco, l’altro un ex giovanotto con le mani bucate).

All’inizio la protagonista, prigioniera di un mondo che sta sprofondando nel buio della perdita di memoria, con fatica sopporta al suo fianco una badante ucraina che ha lasciato nel suo paese lontano due figli per potergli permettere un avvenire migliore. Ma poi si rende conto che è proprio la badante straniera, con il suo disinteresse, con il suo buonumore, la sua vitalità a tenerla legata alla vita. È a lei che la donna si confida andando avanti a indietro nel tempo a partire dall’infanzia vissuta accanto a un padre che la trattava come un maschio: un fascista della prima ora che la conduceva con sé anche alle adunate con il duce, per lei un orrore insopportabile come il lezzo di sudore di quei corpi pigiati uno contro l’altro. Ed è a lei che alla fine lascerà - godendo con quella lucidità che le resta dello sconcerto dei figli che si chiederanno il come e il quando senza capire -, il suo denaro facendolo sparire con un’ impensabile maestria finanziaria.

In una stanza chiusa, un piccolo mondo con un’ampia finestra che si spalanca di tanto in tanto sul paesaggio lacustre e dove una porta si apre sul buio abisso di un passato che ritorna, costellato di nemici e di morti, Cesare Lievi ha messo in scena con profondità e umanità rare questo testo ironico e avvincente che si snoda fra simbolismo e realismo offrendo un ruolo formidabile alla bravissima Ludovica Modugno che ha saputo cogliere in pieno il personaggio allo stesso tempo ambiguo e testardo, infelice e vendicativo della vecchia signora. La affiancano, in uno spettacolo senza sbavature, Leonardo De Colle e Emanuele Carucci Viterbi che sono con incisività i due figli, Paola Di Meglio l’interessata moglie di uno di loro e Giuseppina Turra che da un ritratto accattivante della vitale badante. L’unità

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