Goffredo Fofi si è sentito a disagio nel consiglio d’amministrazione del Teatro Festival Italia. E se n’è andato.
Ha capito che quello non era il suo posto e certo non è tipo da restare aggrappato a una poltrona. Aveva accettato l’incarico sollecitato dalla presidente della Fondazione, Rachele Furfaro, ma non ha resistito.
Renato Quaglia, direttore artistico della rassegna napoletana, coglie un aspetto
che sicuramente esiste nella scelta di Fofi: «Ho sempre apprezzato il suo spirito libero e radicale che è difficile immaginare costretto ne l’istituzionalità di un Consiglio d’amministrazione».
Ma in una intervista pubblicata nelle pagine della cronaca locale di Repubblica, Fofi spiega anche che durante la sua esperienza nel CdA ha dovuto fare i conti con «piccole corporazioni e piccole clientele», abitudini aggiunge - che fanno di Napoli «una città che sembra irredimibile».
E da questa posizione Rachele Furfaro prende le distanze: «Se c’è qualcosa di irredimibile
che accompagna da sempre questa città, è il tentativo autodistruttivo di una parte di essa di screditare, indebolire, destrutturare ogni esperienza positiva che Napoli riesca a produrre», dice.
Aggiungendo però di avere «grande stima per Fofi» e di ritenere «sempre costruttivo il suo contributo».
La crisi è evidente al Festival vogliono essere una attrazione culturale che richiami pubblico da Berlino, Parigi e
da mezza Europa e in realtà non hanno niente di pronto.
La verità è che questo festival vale quanto quello di di Sant’Arcangelo di Romagna. Solo che quelli prendono
800 mila euro di finanziamenti, e qui venti milioni.
Il problema è sempre lo stesso. I partiti devono mollare l’osso. E lasciar lavorare gli artisti

Guglielmo Speranza








