
Tra tutte le stagioni teatrali che vengono presentate in questi giorni, quella del Valle era forse quella
più attesa, perché è la prima del «nuovo corso» dell’Ente teatrale italiano.
Che in due anni è riuscito a liberarsi dei teatri non di sua proprietà e dalla prossima stagione programmerà,
almeno a Roma, solo l’antica sala che fu dei marchesi Capranica del Grillo, che acquisterà quindi il ruolo, a suo modo piuttosto «impegnativo», di vetrina della politica culturale dell’ente.
E bisogna ammettere onestamente che , in mezzo alla desolazione generale delle scene, acuita poi dalla crisi impietosa e dalla politica di un governo poco attento alla cultura, il Valle potrà riservare qualche sorpresa positiva.
A sfogliare il cartellone, e a sentire il presidente Ferrazza e il direttore Cutalia che insieme a parecchi degli artisti coinvolti hanno presentato la stagione, sembra finita in larga parte l’era delle ospitalità forzate e dei favori dovuti. A succedersi sul palcoscenico di una delle sale più belle e gloriose d’Italia, saranno infatti
soprattutto i piccoli nuovi «classici».
Ovvero artisti e gruppi che hanno fatto in questi anni più recenti la differenza e il cambiamento della scena italiana, non solo in patria ma anche all’estero.
Ci saranno, solo per fare alcuni nomi, Spiro Scimene e Francesco Sframeli, Emma Dante, Gabriele Vacis e il suo Teatro Settimo, non solo con la loro ultima produzione, ma anche con le proprie realizzazioni più significative.
Un procedere quasi «per capitoli», che permetterà, su di lorocome su altri artisti, un vero e proprio focus, come assai diffìcilmente avviene da noi (e magari è cosa abituale a Parigi o Lione o Berlino). E ci saranno ritorni di gran lusso come la Trilogia della villeggiatura di Toni Servillo che nel frattempo furoreggia in tutta Europa e si appresta ad arrivare in America, e novità per Roma di sicuro successo, come lo sfavillante noir cimiteriale di Licia Maglietta Manca solo la domenica. E poi la collaborazione, doverosa, con il teatro di domani rappresentato dagli allievi dell’Accademia Silvio D’Amico, e la memoria del passato illustre
come gli ottant’anni che Glauco Mauri celebrerà su quello stesso palcoscenico in primavera.
E ad aprire (rivelatore di un orizzonte che si allarga) il lavoro coreografico e molto teatrale di Emio Greco e di Jiry Kilian, mentre a chiudere la stagione tornerà la parola d’alto rango, con II dolore firmato Duras e detto dalla prodigiosa Mariangela Melato.

Guglielmo Speranza








