
William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, battezzato il 26 aprile[1] 1564 – Stratford-upon-Avon, 23 aprile[1] 1616) È il più importante drammaturgo di sempre. Delle sue opere ci sono pervenuti circa 38 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di altri poemi.
Il Globe Theatre dedica tutto il mese di agosto al moro di Venezia.
E l’opera shakespeariana è andata così in scena per la regia di Daniele Di Salvo. In una nota di presentazione, questi scrive che Othello è l’unica tragedia di Shakespeare in cui il sistema sociale e politico rimane intatto sino alla fine. Non c’è nessuna ribellione annata contro il potere costituito. Per questa ragione viene detta “tragedia domestica”.
È una tragedia dell’io, una catastrofe intima e privata. Il primo atto dell’opera nell’attuale messa in scena si svolge, intanto, interamente di notte, in un’atmosfera cupa, nera, appena rischiarata dalla luce delle fiaccole. Il che ha consentito ai soliti spettatori ritardatari di andarsi tranquillamente a sedere, senza dare troppo nell’occhio.
“La Venezia del tempo - dice Di Salvo - è considerata la porta dell’Oriente: Othello o il simbolo dello straniero, del forestiero, del diverso inserito in una società gerarchica e patriarcale. Egli è tutto ciò che l’Inghilterra puritana del primo seicento non poteva accettare di essere, ti consiglio d’emergenza nel palazzo del Doge ci parla di una situazione di grave crisi: i turchi sono alle porte”.
Il Globe Theatre a tutto Shakespeare .
Questa dunque l’impostazione registica, che si avvale di un affiatato cast di interpreti, tra i quali ci piace citare: Stefano Alessandroni (Otello); Melania Giglio (Desdemona): Gianluigi Fogacci (lago); Pasquale Di Filippo (Roderigo); Miro Landoni (Graziano); Giorgio Lupano (Cassio); Massimiliano Sbarsi (II doge); Francesca Ciocchetti Emilia); Francesco Sala (Primo senatore) Loredana Piedimonte (Bianca); oltre ad un folto stuolo di senatori, marinai, messi, araldi, ufficiali, gentiluomini, musicanti. Scene e costumi… anzi più ricchi costumi che scene di Gianluca Sbieca e Simona Valsecchi; musiche originali di Marco Podda.
Al di là delle varie impostazioni e rilettura che sono state date di volta in volta nelle più diversificate messe in scena, crediamo che Otello non è musica soltanto per chi se ne assume l’onere del ruolo, nell’ineguagliabile armonia che struttura il testo, ma si debbono fare pure fare i conti col vero fondo dell’ispirazione che è demoniaco. E non tanto per la presenza determinante di quell’arcidemonio che è Jago, ma perché demoniaco è il rapporto di passione e di angoscia che si crea a un certo punto tra lui stesso e Desdemona.
Per intendere quest’ultimo punto, occorre però prima chiarirne un altro: Otello non è un negro ma un moro, come Annibale, come Giugurta. È di quella stirpe mediterranea nordafricana, olivastra, abbronzata dal sole ma distinta da un negro del Congo o dell’Abissinia, quanto lo può essere un trapanese o uno spagnolo di Malaga. La poesia di Otello è insomma la poesia dei mori di Spagna, e Shakespeare ha modellato questa figura alla maniera grande nello spirito della poesia spagnola che a quel tempo era in forte prestigio in Inghilterra.
Nello stato di purezza per l’estasi amorosa con Desdemona, si insinua l’infamia di Jago e al contempo il già citato elemento demoniaco, nei rapporti tra i due amanti. Cosa che avviene non tanto per la gelosia che va a sconvolgere il cuore e la mente di Otello, quanto per la presenza turpe del demonio, che egli intravede dietro le fattezze celestiali della fanciulla adorata. Vi individua, a parer suo, un principio di corruzione profonda, in un’essenza così pura. E questo che riempie di sbigottimento, di terrore e di pietà la coscienza di Otello.

Guglielmo Speranza








