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Popolazione Indonesiana

Dai mille colori si passa facilmente ai mille volti della popolazione indonesiana.

 

Popolazione
 

In Indonesia vivono più di 180 milioni di individui divisi, secondo certe stime, in 336 gruppi etnici (anche se molti sono di origine proto o deutero malese), così troviamo persone che mostrano caratteristiche somatiche con evidenti influenze asiatiche, euro-asiatiche, europee (gli olandesi sono stati a lungo nella zona), arabe, persiane, indiane, melanesiane. Ci sono anche minoranze ben distinte come i cinesi.

 

Le lingue parlate sono tantissime e le varie popolazioni dell’arcipelago comunicano tra loro con il bahasa indonesia. I gruppi etnici presenti in Indonesia sono circa 300 e questo dato basta a far capire come nel Paese vivano popolazioni molto differenti tra loro, ognuna con lingua e cultura proprie. La maggioranza degli indonesiani appartiene al ceppo malese (90%) e discende da quei popoli che, migrando dalla Cina e dall’Indocina, occuparono in ondate successive le fertili terre dell’Asia insulare. Il secondo gruppo per importanza è quello melanesiano stanziato nell’Indonesia orientale. Giavanesi e balinesi sono gruppi compatti e con caratteristiche peculiari, i cinesi (2%) rappresentano una minoranza piuttosto influente. Molte sono le tribù che vivono isolate all’interno del Paese come ad es. i papua dani (Irian Jaya), i dayak (Borneo), i badui (Java), i kubu (Sumatra).

 

 La popolazione dell’Indonesia si concentra in particolare a Giava che è una delle regioni più popolate del mondo e nelle grandi città, con una densità di abitanti superiore agli 800 abitanti per kmq; nel resto dell’Indonesia la popolazione è distribuita in modo molto diseguale. Circa il 70% degli indonesiani ha meno di 30 anni mentre il tasso di crescita resta alto nonostante le campagne di controllo demografico intraprese dal governo.

 

 Le culture prodotte nel corso della storia, compresa quella contemporanea, sono molteplici. Anche i tipi di organizzazione sociale sono tra i più diversi, infatti si va dalle strutture matriarcali, come quelle minangkabau, alle tipiche società patriarcali di tipo musulmano come in alcune zone di Sumatra, a organizzazioni che teorizzano il maschilismo come quelle dei negritos dell’lrian Jaya. Se il 95% degli abitanti dell’arcipelago è di fede islamica, ci sono anche consistenti minoranze di indù (basti pensare ai balinesi), cristiani (sia cattolici che seguaci delle Chiese riformate), buddisti (la comunità cinese), scivaisti, ci sono pure animisti (molti vivono nelle zone interne del Kalimantan) e popolazioni che formalmente si dicono cristiane ma sono ancora molto legate a riti antichi (come i toraja). Quando parliamo di musulmani indonesiani dobbiamo fare delle distinzioni perché ci sono fedeli islamici su posizioni integraliste (a Banda Aceh,Ternate e in alcune aree di Lombok), altri che sono abbastanza aperti alle novità che vengono dal mondo occidentale. Il motto nazionale “Binneka Tenggal Ika” (”Unità nella diversità”) sembra abbastanza felice, anche se c’è un po’ di complesso di superiorità da parte di alcune popolazioni nei confronti di altre, ad esempio da parte dei giavanesi verso i negritos dell’lrian Jaya.

 

Villaggio di NggelaLa popolazione indonesiana non è distribuita in modo uniforme sul territorio, infatti ci sono alcune zone densamente popolate, ad esempio Giava (1500 abitanti per kmq) e altre molto meno, come il Kalimantan (38 persone per kmq) e l’lrian Jaya (meno di 9 individui ogni kmq). L’80% della popolazione vive nei circa 60.000 villaggi rurali sparsi nell’arcipelago, ma le grandi metropoli (ad esempio Jakarta e Surabaya) e le “capitali” locali ( ad esempio Ujung Pandang e Medan) stanno subendo il fenomeno di urbanizzazione tipico di molte aree del Terzo Mondo. Infatti molti raggiungono i grandi centri urbani in cerca di fortuna, così nelle periferie delle principali città indonesiane stanno sorgendo miserabili agglomerati. Uno dei grandi problemi dell’Indonesia è l’incremento demografico. A questo, che è tra i più alti del mondo (intorno al 2,1% annuo), bisogna aggiungere il calo della mortalità infantile (dal 10,7% del1980 all’8% del 1985) e l’aumento della durata media della vita (passata in poco tempo, 1985-1988, da 47 a 56 anni).

Il governo di Jakarta ha tentato, forse senza troppa convinzione, di frenare la crescita demografica con la politica del “dua anak saja” (”solo due figli”), quindi ha riempito le città e i villaggi di manifesti, striscioni e anche monumenti a sostegno dell’iniziativa, ma quella dell’arcipelago è una realtà dove ci sono tantissimi musulmani che considerano la prole dono di AlIah e dove i sistemi contraccettivi moderni sono quasi del tutto sconosciuti. Del resto lo stesso Suharto ha condotto una campagna “morbida”, infatti ha preferito non forzare la mano con una politica che lo avrebbe, nel migliore dei casi, reso impopolare. Cosi oggi le coppie della borghesia alta e medio alta hanno dua anak saja, ma nelle famiglie popolari ci sono almeno 5 o 6 figli. La bomba demografica rischia, prima o poi, di deflagrare nell’arcipelago. Già oggi il 40% della popolazione vive in uno stato di povertà, il 35% della mano d’opera è disoccupata o sottoccupata.

Foto di gruppo a Wahinga

Ogni anno la domanda di lavoro aumenta di più di 3,8 milioni di unità (quasi 500.000 nella sola Jakarta), mentre l’offerta non cresce o non nelle stesse proporzioni e la tradizionale politica della trasmigrasi ormai si è mostrata, se non fallimentare, largamente insufficiente. Si tratta di una situazione che il governo di Jakarta dovrebbe tentare di risolvere prima che il problema demografico possa esplodere con tutta la sua drammaticità e con conseguenze oggi imprevedibili.

I cinesi, che vivono in Indonesia, sono oggi circa 5,5 milioni, più o meno il 3% della popolazione, ma rappresentano la spina dorsale dell’economia e della finanza nell’arcipelago. In molte zone hanno quasi il monopolio delle attività mercantili e detengono il 75% del capitale privato di tutto il Paese. Rappresentano quindi una minoranza esigua, ma potentissima. Comunità cinesi si sono insediate in Indonesia in epoche remotissime, quando certe isole dell’arcipelago divennero importanti per i commerci tra la Cina e l’India. Laddove si stabilirono, presto assunsero ruoli notevoli, ma, a volte, dovettero affrontare l’ostilità, anche cruenta, delle popolazioni indigene (nel 1740 la comunità di Batavia fu quasi totalmente massacrata; durante l’era Sukarno furono sospettati di essere tutti seguaci della Cina comunista; dopo il fallimento del “colpo di Stato” del 1965 in Indonesia ci fu la caccia ai cinesi, ne furono uccisi almeno 200.000 e moltissime loro proprietà vennero distrutte). Forse non è azzardato fare un paragone con il ruolo economico e con le persecuzioni che hanno caratterizzato la storia degli ebrei in Europa. I cinesi non solo hanno costantemente mantenuto la loro identità (etnica, culturale, religiosa ecc.), ma dopo ogni calamità sono sempre riusciti a risorgere potenti e a tornare al commercio, la loro attività preferita.

Nell’arcipelago indonesiano vengono parlate almeno 50 lingue diverse, sempre se non si prendono in considerazione i vari dialetti. La lingua ufficiale è il bahasa indonesia, un idioma che appartiene a quel gruppo linguistico che copre l’area che va dalla Polinesia al Madagascar. Oggi, in particolare grazie alla scolarizzazione di massa, il bahasa indonesia è compreso in buona parte del territorio nazionale. Sotto moltissimi aspetti è simile al malese, anzi possiamo dire che tra le due lingue esistono le stesse differenze che ci sono tra l’inglese e l’americano.

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