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Reportage dello Schiavato sui funerali Toraja - Parte Prima

Non ci tratteniamo più a lungo. Fuggiamo spaventati. Su e su lungo i bordi delle risaie e per allentare quel nodo che ci stringe allo stomaco, improvvisiamo una partita di calcio con i ragazzi di una scuola, tutti vestiti in un’impeccabile divisa, neanche non fossimo così lontani dal mondo! Il ritorno assomiglia ad una fuga...

Sulawesi, un tempo chiamata Celebes, è un’isola dai contorni tormentati che assomiglia stranamente ad un’orchidea. Formata da quattro penisole separate tra loro da profonde insenature, è certamente una delle più belle e selvagge dell’arcipelago indonesiano. Più della metà del territorio è coperta da una fitta vegetazione tropicale con foreste lussureggianti dove predominano alberi di latifoglie ad alto fusto (tek, ebano, sandalo) e macchie di caucciù e bambù. Prevalentemente montuosa, l’isola ha un’orografia molto complessa: le sue montagne sono quasi tutte di origine vulcanica e costituiscono l’ossatura delle quattro propaggini messe a raggiera. Sulawesi è però, soprattutto, la terra dei  Toraja e noi siamo giunti qui proprio per visitare i loro villaggi, immergerci nella loro cultura e partecipare alle suggestive cerimonie che ne fanno uno dei gruppi etnici più interessanti di tutta l’Indonesia.

Quando arriviamo a Ujung Pandang, la più importante città dell’isola - poco più di un villaggio -, non piove come al solito ma le nuvole sono basse all’orizzonte. Siamo pochi bianchi (l’aereo era quasi vuoto) in questa che viene considerata la bassa stagione. In effetti non sono molti coloro che si avventurano lungo le stradette tortuose che assalgono spettacolari declivi. Il viaggio fino al centro dell’isola è lungo e faticoso.
All’inizio i panorami sono da strappafiato: le casette sulle palafitte e dalle pareti di bambù intrecciato sembrano grossi trampolieri che frugano nella melma delle risaie a specchio contro strane montagne che si ergono dalla pianura con le loro ripide pareti verticali. I campi sono estesissimi. Gruppi di contadini incuranti dell’acqua, che a tratti viene giù a catinelle, lavorano con i loro cappelloni a pagoda in testa tra bufali che rotolano nel fango, sinfonie di paperette lungo gli argini, teorie di marmocchietti a mollo nelle acque dei torrenti, motociclette trainate da zattere, ingegnosissimi ponti di bambù… Poi i panorami cambiano, la strada si fa tortuosa, serpeggia tra alte cime che trattengono sudari di brume. Le vallate profonde sembrano di raso, lustre nell’orrido della vegetazione tropicale. Incontriamo venditori di frutta, di uccelli, di scimmiette. Le case continuano a rimanere sui trampoli anche se è evidente che qui almeno alluvioni non ci possono essere.
Dopo dieci ore massacranti raggiungiamo il paesino di Rantepao, vale a dire la capitale della regione che ospita una delle più enigmatiche popolazioni del grande stato indonesiano. Ci dicono subito che siamo fortunati perché domani ci sarà un funerale. Fortunati per un funerale? Eh sì! Da queste parti equivale ad una festa, una sagra di paese e per parteciparvi, ci avvisano subito, dobbiamo comperare un maiale da offrire al morto!…


Ma chi è questa popolazione dagli usi e dai costumi così affascinanti? Le origini dei Toraja sono antichissime. Gli storici ipotizzano che siano approdati tra il 2500 e il 1500 a.C. sulle coste di Sulawesi provenienti dal lontano Yunnam, una regione della Cina. Successivamente altre ondate migratorie avrebbero costretto questa popolazione a spingersi verso le montagne interne, luogo sicuramente più ostile ma proprio per questo più sicuro. Questa ipotesi è strettamente legata alla loro architettura. Visto da lontano qualsiasi villaggio toraja assomiglia ad una flotta di barche che galleggiano su un mare di vegetazione tropicale e di risaie strappate alla foresta.
Il primo che visitiamo è sorprendente. Non crediamo ai nostri occhi. Le case sono sistemate in file parallele da est verso ovest, in modo da orientare le facciate verso il nord, la direzione dalla quale arrivarono i Toraja all’alba della loro storia. Tutte si ergono su palafitte che si elevano a non più di due metri dal suolo e sono decorate da fittissimi motivi zoomorfici e geometrici gialli, rossi, neri: sono cromie di significato religioso. I tetti, a sella, ispirati alla forma delle loro originali imbarcazioni, sono fabbricati grazie alla sovrapposizione di canne di bambù in vari strati, in modo da impedire l’infiltrazione della pioggia e della vampa del sole. Si sale servendosi di una scaletta e si entra da una porticina. L’interno è diviso in più vani, di cui quello centrale è sprofondato rispetto agli altri ed è quello in cui si svolge la vita di ogni giorno. Ai lati ci sono le stanze da letto. Le facciate sono tutte decorate da corna di bue e da ossa mascellari di maiali il cui significato capiremo più tardi. Della stessa forma, ma di dimensioni ridotte, sono i granai messi in fila davanti alle case. Anche questi decorati da fitti motivi, sempre gli stessi.
(continua..)

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