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Reportage dello Schiavato sui funerali Toraja - Parte Seconda

Non ci tratteniamo più a lungo. Fuggiamo spaventati. Su e su lungo i bordi delle risaie e per allentare quel nodo che ci stringe allo stomaco, improvvisiamo una partita di calcio con i ragazzi di una scuola, tutti vestiti in un’impeccabile divisa, neanche non fossimo così lontani dal mondo! Il ritorno assomiglia ad una fuga...

Comunque l’elemento centrale della cultura toraja sono le sontuose celebrazioni legate ai riti funebri. Ce ne rendiamo conto nel primo pomeriggio. Arriviamo tra una folla di parenti nel vasto spiazzo antistante il catafalco, dove tra gli ori ed i drappi rossi è sistemato il feretro del morto. Portiamo il nostro maialino sistemato su una specie di zatterina di canne di bambù. Ce ne sono tanti altri attorno che urlano terrorizzati. E bufali riottosi che avanzano mansueti, dondolando le lunghe corna. A passo marcato entriamo nello spiazzo circondato da piattaforme pensili costruite apposta per sistemare gli invitati. In fila uno dietro l’altro, incedono prima le donne e poi gli uomini, una lunghissima teoria impaludata nei vestiti migliori, ori e gioielli bene in vista. Al centro dello spiazzo, intanto, un ampio girotondo di ragazzoni dai capelli corvini inizia una danza lugubre al canto ritmato di una canzone monocorde…
I maiali vengono deposti davanti al catafalco, mentre l’altoparlante annuncia che anche un benvenuto gruppo di turisti italiani partecipa alla cerimonia. La lunga processione non finisce mai di snodarsi attorno al cortile e va alla fine ad infilarsi in una vasta piattaforma, ricevuta dai parenti in ricchissimi abiti tradizionali. Subito un’altra processione si muove, pifferi e vedova in testa, per rendere omaggio agli invitati. Anche noi che siamo rimasti sullo spiazzo piuttosto disorientati, veniamo salutati. L’atmosfera è incredibilmente allegra. Gruppi di donne danzano a loro volta su un ritmo marcato da un’orchestra di strumenti tutti fatti con canne di bambù. I maiali vengono accettati mettendo le interiora di quelli che già sono stati sgozzati sui loro corpi guizzanti. Dietro il catafalco si svolge la mattanza. Quante bestie vengono sacrificate? Decine e decine. Domani toccherà ai bufali, soprattutto a quelli pezzati che secondo la tradizione sono i più accetti dagli dei. La cerimonia continua. Ci dicono che siamo appena al terzo giorno!…

È difficile per noi capire. Siamo frastornati dai canti, dalle danze, dalle musiche, dalle processioni interminabili di parenti (ma quanti parenti?) e dalle urla delle bestie terrorizzate che fiutano la morte.
Ci spiegano che prima dell’inizio del funerale il defunto viene considerato “molto ammalato”. Avvolto in un sudario, svuotato degli intestini, viene mantenuto “in vita” immerso nella grappa di palma. A volte occorrono mesi, persino anni per preparare un funerale adeguato. I preparativi saranno tanto più lunghi e onerosi quanto più significativo era il ruolo della persona defunta in seno alla comunità.
I riti funebri toraja costituiscono un’occasione per un confronto sociale nonché un pretesto per combinare matrimoni e sanare controversie. Ogni offerta viene segnata per iscritto ed i parenti del defunto, in un’analoga circostanza, dovranno presentarsi agli offerenti con doni superiori.
Un altro importante elemento della cultura funebre toraja sono i “tau-tau”, cioè le effigi in legno scolpite a grandezza quasi naturale che vengono disposti in fila sopra le nicchie delle tombe, allineati uno accanto all’altro e protetti da una balconata. Sono addobbati con vestiti colorati e ad osservarli da lontano sembrano donne e uomini in carne e ossa, stranamente immobilizzati a fissare qualcosa. Ed è proprio questa fissità che incute timore e soggezione. Rimaniamo colpiti da un altro particolare: hanno le braccia tese il cui significato è, secondo la religione toraja, la richiesta da parte dei morti di non venire abbandonati ma di provvedere alla loro vita ultraterrena con offerte periodiche.
Un altro particolare: i bambini nati morti o defunti nel primo anno di vita vengono sepolti in nicchie scavate nel tronco di enormi alberi in modo che possano, con la crescita della pianta, volare verso il cielo!
L’ultimo grande elemento culturale presente nelle cerimonie Toraja è rappresentato dal bufalo. Infatti questo è un animale sacro perché secondo la leggenda sarebbe l’antenato dell’uomo e l’intermediario tra gli esseri viventi e gli dei. Per questo ha un ruolo estremamente importante nella cerimonia funebre. Il defunto muore esattamente quando avviene il sacrificio del primo bufalo. È in questo preciso momento che l’anima abbandona il corpo e viaggia verso il “Puya”, il regno dei morti. Le anime degli animali sacrificati la accompagneranno rimanendo costantemente al suo servizio. È per questo motivo che deve essere sacrificato il maggior numero di animali…
La ressa è indescrivibile quando il primo bufalo avanza. Il padrone estrae lentamente il machete dal suo sarong e lo abbatte con un fendente velocissimo sulla gola dell’animale tranciando la carotide. L’enorme bestia stramazza al suolo inondando di sangue tutto il terreno circostante. Appena crollato a terra i bambini gli corrono incontro velocissimi, gli conficcano nella gola dei bambù appuntiti, riempiendoli di sangue ancora caldo che verrà consumato dagli invitati. La carogna viene scuoiata e lasciata sul terreno tra foglie di banano mentre ne viene sacrificato un successivo, ed un altro, un altro ancora… È uno spettacolo insostenibile, con un crescendo di bestie che si accumulano una sull’altra. Il sangue diventa fango e sale l’esaltazione della gente. L’odore dolciastro si fa subito intenso a causa del gran caldo, accorrono sciami di mosche… La carne delle bestie sacrificate verrà regalata agli invitati presenti alla cerimonia.


È l’Indonesia che ci riconduce repentinamente indietro nel tempo, è l’Indonesia che evidenzia situazioni che mai la nostra civiltà sarebbe in grado di concepire. I Toraja non possiedono un’origine storica ben definita, ma soltanto quella della leggenda. Hanno probabilmente perso, durante la loro lunghissima migrazione, molte tradizioni. Ma ad una sono rimasti indissolubilmente e inspiegabilmente ancorati: la celebrazione della morte. L’incredibile poi è che davanti al mucchio di carogne scuoiate e sanguinolenti si ergono alte nel cielo le immagini sacre cristiane, croci, madonne, ultime cene, angeli e santi incollati alle pareti!
Non ci tratteniamo più a lungo. Fuggiamo spaventati. Su e su lungo i bordi delle risaie e per allentare quel nodo che ci stringe allo stomaco, improvvisiamo una partita di calcio con i ragazzi di una scuola, tutti vestiti in un’impeccabile divisa, neanche non fossimo così lontani dal mondo!
Il ritorno assomiglia ad una fuga: ritroviamo gli uomini immersi nella melma, ritroviamo le bottegucce lungo la strada, i venditori di frutta, di uccelli, le case sulle palafitte simili a trampolieri, le risaie vastissime e alla fine, l’odore del mare…

Da Panorama

del 15 marzo 2003

di Mario Schiavato

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