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Il cibo si ferma all’aeroporto

Strade distrutte, diluvi, burocrazia e corruzione. A Colombo i capannoni sono pieni di panettoni italiani, lenticchie, zucchero.Mancano camion per i trasporti.

COLOMBO (SRI LANKA) - Va bene per i corvi. Mangiano solo loro, per ora. I novecentomila sfollati dell’isola possono aspettare. Lenticchie rosse svedesi, sacchi di zucchero regalati dalla Svizzera, panettoni italiani, tonnellate di merce spedite da tutto il mondo sono ancora inutilizzate. Ora sono parcheggiate nei capannoni di fortuna rimediati dal World Food Program delle Nazioni Unite in un posto fuori Colombo, lungo la Old Avissanella Road, estrema periferia abitata da baraccati. Non sembra esserci una gran vigilanza, un gruppetto di ragazzini affamati probabilmente aspetterà la notte per fare provviste. Vecchi magazzini dove gli uccelli fanno festa mentre già i sacchi cominciano a deteriorarsi e un mare di lenticchie si spreca sul pavimento, nel giorno stesso in cui un rapporto dell’Ufficio per il coordinamento internazionale degli affari umanitari segnala in Sri Lanka il rischio concreto di un aumento di decessi tra la popolazione colpita dallo tsunami, proprio a causa di un mancato arrivo degli aiuti.

Dentro gli hangar di Avissanella Road, ci sono pure valanghe di medicinali costosissimi. E poi brande, antibiotici, defibrillatori, bende da campo, preziose apparecchiature per la depurazione dell’acqua, beni vitali, fondamentali in questi giorni di allarme colera. Eppure tutto è fermo. O comunque ci si muove lentamente. «Mi spiace, sir, io non so niente - si schermisce il giovane guardiano cingalese all’ingresso dei magazzini, mentre mangia riso da una ciotola con le mani -, oggi è domenica, non lavora nessuno. Io so solo che la merce non parte perché mancano i lorries , perché i camion che dovrebbero caricarla sono impegnati in giro a trasportare i cadaveri. Bisogna aspettare». È proprio questa la spiegazione. I camion sono già pieni di morti. Così non ci sono mezzi sufficienti, molte strade poi sono interrotte e i lorries pur volendo non saprebbero dove passare. La ferrovia inoltre è inutilizzabile. I binari sono stati divelti. E poi piove, su gran parte delle regioni colpite dal maremoto. La situazione è questa. Per ottenere in prestito un pullman passano giorni. Chiedete ai medici del 118 e ai pompieri italiani venuti dalla Liguria, dal Lazio, dalla Toscana, che sono rimasti fino a ieri fermi in ambasciata, a Colombo, prima di poter partire alla volta di Trincomalee, nel Nordest disastrato, con le loro centocinquanta tende da piantare sull’isola di Kinia.

Perciò la Nuova Zelanda, la Francia, il Giappone, ora stanno inviando elicotteri da trasporto: solo in questo modo sarà possibile rifornire la gente che sta morendo di fame, di sete, di malattie nei posti divenuti inaccessibili. Oggi anche dall’Italia arriveranno due Canadair appositamente modificati e in grado di decollare e atterrare su un piccolo campo da calcio (si chiama sistema Stoal: short taking off and landing). È una corsa contro il tempo. Intanto, però, si va creando uno strano paradosso: all’aeroporto internazionale di Colombo continuano ad atterrare cargo a pieno carico, dagli Stati Uniti, dall’Europa, dai Paesi arabi. Eppure nei villaggi sconvolti i supporti calano col contagocce. C’è come un imbuto, un nodo, una strettoia, che rischia di far saltare il piano degli interventi. Qual è il motivo? Non sembra solo un affare di trasporti. C’è di mezzo una burocrazia - raccontano gli operatori umanitari rimasti già imbrigliati in quelle maglie -, i controlli sulla pista sono numerosi e interminabili, ci sono almeno quattro filtri da superare, si passano ore prima di ottenere le bolle e il via libera dalle autorità. Il sistema, poi, non è ancora bene informatizzato: dopo il boom del turismo, lo Sri Lanka ha scoperto le carte di credito. Ma in dogana si usa la carta-carbone. «Attenzione, però, a volte la solidarietà può creare emergenza nell’emergenza», ammonisce Agostino Miozzo, dirigente del Dipartimento della Protezione civile italiana, anche lui accorso in Sri Lanka. Più merce alla rinfusa arriva, più i tempi di sdoganamento si allungano.

Proprio come a Colombo. Se dopo oltre una settimana dalla tragedia continuano a sbarcare cani da ricerca, ormai inutili, ecco che si perde altro tempo. I doganieri cingalesi devono occuparsi dei cani, facendo aspettare le medicine nei container. Chiaro, no? «I controlli minuziosi sono più che giustificati - insiste Miozzo - perché nelle pieghe degli aiuti umanitari si nasconde sempre chi vuole approfittarne, a Sarajevo ricordo che ci inviarono dall’Italia farmaci scaduti nel 1958. Più di qualcuno in questi casi tende a liberarsi dei fondi magazzino. Altro che solidarietà, bisogna stare in guardia». I pericoli sono infiniti: corruzione, mercato nero, c’è perfino chi tenta ora di imbarcare sui cargo vuoti che ripartono spezie e pappagallini, merci rare dell’isola. «Quando arriva tanta roba tutta insieme è naturale che gli appetiti crescono», aggiunge Monica De Pietri, coordinatrice di due progetti dell’Ong Movimondo in Sri Lanka.

È chiaro che la pressione dall’Italia ora è forte: «Le sento già le critiche dei politici, ma anche dei semplici pensionati che hanno inviato in questi giorni un euro di solidarietà tramite sms - Miozzo si sfoga -: quelli della Protezione civile stanno lì a perdere tempo, diranno, a crogiolarsi con i nostri soldi. È passata una settimana e non hanno ancora combinato niente. Tonnellate di roba inutilizzata nei capannoni, sprechi e così via. Ebbene io rispondo in questo modo: sapete cosa significa un sisma del 9° grado della scala Richter? Che metterebbe in ginocchio non solo l’Italia, ma pure gli Stati Uniti. Lo Sri lanka, poi, che si stava appena organizzando, ha ricevuto una martellata tremenda. Era giusto perciò essere ingenerosi con loro?». E aggiunge: «Ci sono problemi logistici che non si possono ignorare, eppure è un Paese che ha un grande welfare alle spalle, una grande organizzazione sociale, malgrado la distruzione subita. E sta già reagendo. Non c’è lassismo da parte di nessuno, è che il disastro è davvero epocale. È facile per le regie italiane raccogliere fondi, promuovere finanziamenti di nuovi ospedali in Sri Lanka. Bene, io mi auguro, quando sarà passata l’ondata dell’emozione, tra tre-quattro mesi, di ritrovare tutti questi progetti in piedi, di poter contare ancora su di essi». Per fortuna, nel frattempo, ci pensa la gente locale. Dal pescatore più umile al campione nazionale di cricket, lo sport più diffuso. Tutti i cingalesi sopravvissuti, fin dal primo giorno, hanno fatto sentire la loro presenza, raccogliendo e distribuendo dove possibile viveri e vestiario girando coi furgoni o a bordo dei loro proletari tuctuc , le Api a motore. E questo di sicuro continueranno a fare, aspettando che i lorries dell’assistenza internazionale si svuotino di cadaveri.

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