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Ora può arrivare un altro tsunami.

Il centro delle Hawaii: «L'area a rischio nelle prossime settimane, servono più strumenti per le previsioni»

NEW YORK -«Non dobbiamo assolutamente abbassare la guardia perché Madre Natura può ancora riservarci grosse sorprese. Nei prossimi giorni e settimane potrebbero verificarsi altri terremoti e relativi tsunami: non sarebbe raro avere una serie di scosse d’assestamento, dopo un evento catastrofico come quello dello scorso dicembre». È preoccupato David Burwell, oceanografo del Pacific Tsunami Warning Center (Ptwc) di Honolulu, il centro per il controllo degli tsunami alle Hawaii che fa capo all’agenzia federale oceanografica degli Stati Uniti (Noaa) e manda i bollettini informativi sul rischio di onde anomale in giro per il mondo.

L’ALLERTA -Il Ptwc è stato il primo a lanciare l’allarme, lunedì. Quasi a riscattarsi dalle accuse di «assenteismo» dello scorso 26 dicembre, quando dalle Hawaii il segnale di pericolo tsunami è arrivato troppo tardi alle popolazioni colpite dell’Oceano Indiano. «Noi ci siamo comportati come facemmo allora - precisa Burwell -. Nel giro di pochi minuti dal terremoto abbiamo messo in rete l’allerta. Questa volta ha funzionato meglio la linea di comunicazione tra governi: il dipartimento di Stato ha buttato giù dal letto tutti i leader della regione». Secondo Harold Mofjeld, uno degli scienziati seniores dello Tsunami Research Group del Noaa, la tragedia di Natale «ha cambiato tutto». «Oggi, quando facciamo una telefonata, la gente dall’altra parte del filo ci ascolta - spiega -. E anche a livello locale sono stati fatti tanti passi avanti. Senza le pronte evacuazioni in Thailandia, Sri Lanka e Maldive le vittime l’altro ieri sarebbero state molte di più».

IL NUOVO SISTEMA - La spinta è venuta dal summit organizzato dall’Unesco a Parigi, all’inizio del mese. «Abbiamo messo a punto un sistema d’emergenza anti-tsunami anche per la zona dell’Oceano Indiano - spiega Mofjeld - assegnando al Ptwc il compito di coordinatore ad interim , responsabile di tutta quella zona, prima che il costoso sistema di sensori e boe entri in azione anche nell’Oceano Indiano».
Sorpresa per l’effetto limitato del terremoto di lunedì? «La nascita di uno tsunami dipende da come il fondo dell’Oceano viene deformato dal sisma - replica Burwell -. Questa volta è stato deformato in modo più lieve e in un punto più profondo della crosta oceanica. Insomma: abbiamo avuto fortuna». Nella zona, infatti, resta un problema grave: «Manca un sistema di osservazione e allerta come quello attivo da anni nel Pacifico - dice Mofjeld -, in grado di trasmettere in tempo reale informazioni sul livello delle acque ai vari centri di allerta». «Confermare uno tsunami in queste condizioni è difficilissimo - gli fa eco Burwell -. Sei ore dopo il terremoto, sul mio computer avevo soltanto quattro punti di rilevamento maree nell’intero Oceano Indiano da cui studiare l’evento. Avrei voluto vederne almeno cinquanta».

IL FUTURO - «Un network esaustivo di stazioni sismografiche, boe e sensori è molto costoso - spiegano i due scienziati - anche se molto meno della perdita di vite e beni materiali che accompagna queste tragedie». Il pericolo maggiore, adesso, è la finta sicurezza. «Le popolazioni e i governi della regione sbaglierebbero a considerare il mancato tsunami come un falso allarme - precisa Burwell -. Se ci saranno altre scosse nei giorni a venire sarà essenziale evacuare subito. Perché il rischio, in questi casi, resta altissimo. Dobbiamo creare un network globale che permetta agli scienziati di tutto il mondo di essere collegati - conclude -. Bisogna stare molto attenti anche al Mediterraneo, dove in passato ci sono stati tanti tsunami e dove alla grande copertura tecnologica dei mari non fa riscontro una preparazione adeguata della popolazione. Che in caso d’emergenza è sempre il pezzo più critico del puzzle».

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