Irian Jaya - Luglio 1997 - Cerimonia del pagamento dei portatori

I ragazzi cantano per noi per l'ultima volta. Sono le nenie che ci hanno accompagnati durante tutto il viaggio, storie di amori non corrisposti, storie di vita.

LA CERIMONIA DEL PAGAMENTO DEI PORTATORI

Approfittando della pausa, armato del suo quadernetto dove ha sempre dettagliatamente appuntato spese e prestazioni di ciascuno, Frangkie chiama a raccolta i portatori e ci fa’ partecipare alla cerimonia del pagamento.

Ci riuniamo tutti nella stanzetta che, prima del nostro arrivo, era il “salottino” dell’insegnante mentre ora è adibita a dormitorio, mensa, sala riunioni.

Noi sediamo uno di fianco all’altro su un lato della stanza, l’ufficiale pagatore (Frangkie) in testa, i ragazzi siedono di fronte a noi, sull’altro lato.

Il momento è solenne: nessuno parla, mentre Frangkie da’ un’ultima controllata ai suoi appunti. I ragazzi abbassano gli occhi quando incontrano i nostri sguardi, c’è emozione da parte nostra, imbarazzo da parte loro. Quindi, una volta accertata la correttezza dei conti, iniziamo.

Frangkie li chiama uno ad uno: a turno si alzano, riscuotono il denaro da Frangkie, stringono la mano e ringraziano ogn’uno di noi. Probabilmente non si aspettano di essere pagati così bene e di ricevere oltrepiù una così congrua mancia: vediamo infatti il loro volto illuminarsi ogni qualvolta terminano di contare le loro spettanze.

Poi, armati di estremo coraggio (l’unione fà la forza), ci chiedono di dar loro i nostri indirizzi e, a nostra volta, noi chiediamo loro un recapito dove poter spedire le fotografie.

La sera torniamo a riunirci nel salottino dell’insegnante. Illuminati solamente dalla fioca luce di una candela, i ragazzi cantano per noi per l’ultima volta. Sono le nenie che ci hanno accompagnati durante tutto il viaggio, storie di amori non corrisposti, storie di vita. E’ un momento affascinante, bellissimo. Noi siamo letteralmente incantati, rimpiangiamo di non poter registrare quelle voci che tante volte erano rimbalzate da un costone all’altro delle montagne che avevamo attraversato.

Poi, terminati i canti, veniamo sopraffatti da una commozione generale. Ci abbracciamo a vicenda, ci stringiamo e ristringiamo la mano, Saul piange come una fontana e si asciuga le lacrime sulle tende della finestra, Federica lo abbraccia e lo tiene stretto. Milus piange e ride, Ies regala ad una Heidi piangente il suo copricapo piumato, Latius e Alfonse mi regalano un braccialetto intrecciato da loro. Ogn’uno cerca di lasciare all’altro un proprio ricordo e sembra che nessuno se ne voglia andare.

Accidenti, mi dispiace veramente lasciarli. Questi ragazzi hanno vegliato su di noi per tutto il tempo, ci hanno aiutati, presi per mano, assistiti in tutto e per tutto. Abbiamo vissuto con loro giorno e notte, superato montagne, attraversato fiumi in bilico sui tronchi degli alberi: abbiamo cercato (mio Dio!!) di cantare con loro, abbiamo riso con loro anche quando non ci si capiva niente, con loro abbiamo diviso cibo e acqua.

Mi torna alla mente la volta in cui, prima di arrivare ad un villaggio, mi ero fermata al fiume per togliere un po’ di fango dalle scarpe: Latius mi vede, torna indietro e si china per aiutarmi a pulirle. Non mi sarebbe mai passato per la testa chiedergli di farlo e rifiuto il suo aiuto: non voglio, lui non deve, non ce n’è bisogno. Lo ringrazio prendendogli la mano e facendolo rialzare. Anche se lui non mi capisce, gli dico che lui è il mio portatore, non il mio servo. Poi, superato il mio momento d’imbarazzo, gli faccio cenno che possiamo andare e lui mi porge la mano per aiutarmi a risalire la china scivolosa. Proseguiamo in silenzio, lui davanti, io dietro.

Il terzo giorno la MAF si ricorda di noi ed arrivano i Cessna. Il “Responsabile aeroportuale” viene ad informarci che dobbiamo essere pronti per il peso alle prime luci dell’alba: subito non crediamo possibile che l’aereo possa arrivare così presto (è buio), ma il rombo del motore ci contraddice. Prepariamo velocissimi “armi e bagagli”, salutiamo i nostri portatori che torneranno a Wamena a piedi, salutiamo il Teacher paffutello e andiamo. Papà Frangkie viene con noi.

Vista dal finestrino del Cessna la Valle del Baliem è ancora più affascinante: un infinito oceano verde.

A Wamena torniamo a far base all’Hotel di John Wolof, dove comunque ci aspettano Simonetta e l’anziano portatore che l’aveva praticamente adottata (nella speranza di una congrua ricompensa).

Non pare vero di poter fare colazione con pane, burro e marmellata! Non pare vero di poter camminare nuovamente sull’asfalto, senza fare fatica. Dopo un tempo che pare un’eternità mi pettino di fronte ad uno specchio e constato che, a parte il viso un po’ scavato e qualche chilo in meno, tutto il resto sembra a posto. Naturalmente non devo fare paragoni con i gruppetti di turisti che sono appena arrivati, puliti e ben nutriti, altrimenti …….

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