Irian Jaya - Luglio 1997 - Agats

Gli Asmat sono famosi per la loro abilità nell'intagliare il legno ed i ricchi americani si recano ad Agats per comprare i totem che troneggiano all'interno delle Long Houses.

AGATS

La mattina dopo il nostro arrivo via mare facciamo un breve giro per renderci conto di dove siamo, mentre Frangkie si occupa dei viveri e vengono presi gli ultimi accordi per il prezzo della canoa che ci permetterà di risalire i grandi fiumi.

Gli Asmat sono famosi per la loro abilità nell’intagliare il legno ed i ricchi americani si recano ad Agats per comprare i totem che troneggiano all’interno delle Long Houses. Si dice anche che siano stati gli Asmat ad uccidere e mangiare il figlio di Rockfeller che, a seguito del rovesciamento della canoa, aveva nuotato verso riva anziché rimanere con i propri compagni: c’è un villaggio nel quale si dice sia conservato il suo teschio, ma dove, ovviamente, non si può andare…

La viabilità ad Agats è completamente basata sulle passerelle di legno: non esistono strade, né in cemento, né in terra battuta. Ci sono parecchi negozietti e non è difficile trovare generi alimentari di cui ci eravamo quasi dimenticati, come cioccolata e biscotti, ma soprattutto acqua in bottiglia.

Tutte le case sono palafitte, sotto alle quali si accumulano rifiuti di tutti i tipi.

Qui visitiamo velocemente anche il museo Asmat, che aprono apposta per noi, e che custodisce favolose sculture ed una raccolta di teschi: siamo tentati di comprare le sculture, ma il peso ed il prezzo ci dissuadono.

Deve essere piò o meno mezzogiorno quando terminiamo di caricare la grande canoa e partiamo. Abbiamo dovuto limitare di molto la scorta di acqua per via dello spazio ristretto e del peso: speriamo (invano) di poterla trovare strada facendo.

Per imbarcarci attraversiamo un bar che ricorda quelli frequentati dai soldati americani durante la guerra del Vietnam: caldissimo, sgangherato, una luce fioca che illumina un tavolo da biliardo, una nuvola di fumo di sigaretta che aleggia su personaggi dalla faccia tutt’altro che rassicurante. Comunque, se dentro non si respira fuori si cuoce, con un sole allo zenit ed un cielo che non offre la benché minima nuvola.

Nel lungo tratto da Agats a Senggo risaliamo il fiume Siretsi. Abituati a camminare per ore, ci troviamo costretti a rimanere seduti ore ed ore su una panchetta di legno, con uno spazio di movimento ridottissimo, sotto un sole che potrebbe trasformarci in spiedini. Riusciremo ad apprezzare completamente questi lunghi tratti in canoa solamente a viaggio ultimato, quando si riordineranno le idee e ci si renderà effettivamente conto di ciò che si è potuto fare e vedere.

In questa zona, il paesaggio è totalmente l’opposto della Valle del Baliem: non ci sono montagne, tutto è piatto. Navighiamo fra rive coperte da una fittissima vegetazione, l’acqua pare olio e, per effetto del sole riflesso, talvolta sembra che le erbe si prolunghino ed entrino in acqua, riproducendo al contrario il paesaggio che noi vediamo dalla canoa. Il colore del cielo, il sole, il blu dell’acqua e il verde brillante delle piante sono abbaglianti. Di tanto in tanto incrociamo grandi zattere con “casa” - a volte costruite solo con foglie di palma, altre volte vere e proprie capanne di legno - sulle quali vivono gruppi di persone (nuclei familiari + cani e maialetti). Siccome le zattere sono veramente molto grandi supponiamo che, una volta giunti a destinazione, essi vendano i tronchi usati per costruirle e tornino al luogo d’origine.

Dopo Agats, la nostra prima tappa è il villaggio di Biwar-Laut. A causa dell’acqua bassa, per arrivare a Biwar-Laut siamo costretti a tornare in mare aperto anziché tagliare attraverso un canale interno che ci avrebbe permesso di risparmiare oltre un’ora di viaggio: quando finalmente lasciamo il mare per re-immetterci nel canale che ci porta al villaggio, la bassa marea avanza e con essa anche il pericolo di rimanere incagliati nel bel mezzo di un acquitrino, senza luci, circondati da un fango nel quale si sprofonda sino al ginocchio e, soprattutto, da nugoli di zanzare.

Nonostante questo, però, l’atmosfera che ci circonda è magica.

E’ ormai il tramonto e il sole calante dipinge il cielo di rosa, giallo, azzurro. La bassa marea lascia pian piano scoperta una vasta fascia di terra coperta di limo, sulla quale si affollano stormi di uccelli intenti a catturare piccoli pesci e crostacei. Ci immettiamo molto lentamente nel canale per evitare le secche e non possiamo non osservare, in silenzio, quel che ci circonda: le rive sono coperte da una vegetazione impenetrabile e stormi di pappagallini rumorosissimi passano veloci sopra di noi. I pipistrelli svolazzano qua e là e la foresta sembra rianimarsi, echeggiante di brusii, sbatter d’ali, squittii e altri rumori indefiniti.

In un attimo però è buio pesto e noi ci ritroviamo arenati, fortunatamente a pochi metri dal molo di Biwar-Laut dove veniamo ospitati (a pagamento) nella scuola (o chiesa) del villaggio. Montiamo le zanzariere perché le zanzare abbondano, mentre Frangkie e il nostro barcaiolo iniziano a preparare la cena. L’edificio si riempie intanto di persone, in maggioranza uomini e bambini venuti a vedere i nuovi arrivati.

Ceniamo a lume di candela e in men che non si dica siamo tutti in tenda. Umidissimo, caldissimo, molto povero, infestato da mosche, zanzare e tafani, il giorno dopo Biwar-Laut si mostra a noi in tutto il suo squallore. Siamo purtroppo bloccati dalla bassa marea, che ha praticamente prosciugato il canale e dobbiamo aspettare sino quasi a mezzogiorno prima che la canoa accenni a muoversi. Quel giorno stabiliamo che non avremmo voluto vivere 1 anno a Biwar-Laut nemmeno se ci avessero regalato 4 miliardi (forse l’unico che avrebbe contemplato l’idea era Giovanni. “Sai com’è, uno si organizza…..” diceva).

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