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Irian Jaya - Luglio 1997 - Uova di Atsi

Quando si è via da casa, quando si è in un paese dove niente è certo, dove si può contare unicamente su sé stessi e sui propri compagni, allora anche il pezzetto di spago o di carta, la goccia d'acqua, la spilla da balia, la manciata di riso diventano preziosi. Anche le piccolezze, in Irian Jaya, diventano cose che possono cambiarti la vita.

UOVA DI ATSI

Visto che il riso bollito e le patate fritte cominciano a provocare nausee da gravidanza, in uno slancio di coraggio e forse preoccupato per il nostro fegato Frangkie decide di andare al mercato e comprare 36 uova che, purtroppo, risulteranno quasi tutte marce. Essendo un uomo d’onore, il mesto Frangkie (che, per via dell’altezza, dei modi di fare e soprattutto per la capigliatura avevamo paragonato ad un componente della famiglia Simpson) chiede che il costo delle uova andate a male gli venga defalcato dallo stipendio. Sia come sia, le uova diventano un vero e proprio “affare di stato”. Dopo Frangkie ci prova anche il nostro barcaiolo con relativo aiutante e, alla fine, partiamo io, Heidi, e Giovanni (vero esperto nello stabilire se l’uovo è marcio o no, a seconda se quest’ultimo va a fondo o galleggia. Se galleggia è perché c’è aria dentro e quindi è marcio, se va a fondo si può mangiare). Chiaramente non possiamo portarci dietro un secchio per fare la prova di immersione al mercato, ma ad ogni bancarella si procede allo “scuotimento” dell’uovo (il che suscita non poco interesse per i nostri spettatori che si chiedono cosa mai stiano facendo quei quattro pazzi che vanno in giro a sbatter uova). Alla fine, comperiamo le uova affidandoci più alla buona sorte che non all’esperienza, le facciamo bollire e le mangiamo anche se non erano andate a fondo.

Mentre scrivo mi rendo conto che questo episodio potrebbe sembrare banale e non degno di nota, ma illustra come ciò che si potrebbe giudicare una “stupidaggine” in condizioni normali (quando cioè il supermercato è dietro l’angolo o il frigorifero è pieno) diventa importantissimo in condizioni - se vogliamo “di sopravvivenza” - precarie, dove non sai se il giorno dopo troverai un pescatore per comprare del pesce, se troverai del riso o dell’acqua. Quando si è via da casa, quando si è in un paese dove niente è certo, dove si può contare unicamente su sé stessi e sui propri compagni, allora anche il pezzetto di spago o di carta, la goccia d’acqua, la spilla da balia, la manciata di riso diventano preziosi. Anche le piccolezze, in Irian Jaya, diventano cose che possono cambiarti la vita.

Durante il tragitto ci fermiamo brevemente (per sgranchire le gambe) presso alcuni villaggetti: sono desolanti, poverissimi, pieni di mosche. Visitiamo le long houses, nelle quali fanno bella mostra i preziosi totem di legno. In un villaggio notiamo su un tagliere i resti abbrustoliti di un cane: rimangono la testa, le interiora e parte delle 4 gambe. Per la gente di Celebes, ci dicono, è normale mangiare i cani, che vengono allevati di proposito.

Senggo è un paesino molto meno ricco di Atsi, ma comunque in grado di offrire acqua in bottiglia, biscotti e scorta di riso. Dopo aver litigato con la padrona dell’unico alberghetto esistente, piantiamo le tende nel giardino di una casa privata il cui padrone, ben volentieri, ci affitta lo spazio.

Qui ci facciamo rilasciare il nuovo surat-jalan che ci permette di proseguire e ripartiamo il giorno dopo, già avvertiti più volte che l’acqua bassa avrebbe causato una variazione di percorso.

Il Dairam Kabur è il fiume che avrebbe dovuto portarci sino a Yaniruma. Dico avrebbe dovuto perché ad un certo punto, anziché immetterci nel Dairam Kabur, siamo costretti a proseguire sul Siretsi per raggiungere Oyemu, dove abbandoniamo definitivamente la canoa per via dell’acqua troppo bassa e dei numerosi tronchi semi-sommersi che rendono la navigazione impossibile e sui quali ci eravamo già più volte incagliati.

Comunque, l’idea di abbandonare la canoa non ci spiace poi tanto: finalmente torniamo a camminare un po’ e lasciamo un barcaiolo tutt’altro che simpatico.

Prima di arrivare a Oyemu, Frangkie prende accordi affinché un gruppo di portatori ed una guida ci raggiungano il giorno dopo per accompagnarci a Yaniruma, che dovrebbe distare circa 3-4 giorni di cammino. La speranza che i portatori tengano fede alla parola è molto remota, ma non c’è alternativa: decidiamo comunque che, piuttosto di rimanere bloccati lì, ci saremmo caricati noi i bagagli in spalla (cosa che, in seguito, sarebbe risultata assolutamente impossibile).

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