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Irian Jaya: delirio verde - 1^ parte

Eravamo in gruppo, partenza il 25/07/1997 con ritorno il 25/08/1997.

Tutto cominciò cinque anni fa, quando su una rivista lessi un articolo sull’Irian Jaya, l’autore descriveva il posto come uno dei più difficili da visitare, perchè ancora molte tribù praticavano il cannibalismo ed i collegamenti erano inesistenti. Più leggevo quell’articolo e più mi sentivo invaso dal desiderio di partire. Quando finii l’articolo sapevo con certezza che un giorno sarei andato a vedere la Grande valle del fiume Baliem, le regioni degli Asmat, dei Kombai, dei Korowai, e dei Citak Mitak.

Prima di descrivere il viaggio credo sia doveroso dare qualche consiglio utile a chi avesse intenzione di fare un viaggio in Irian Jaya. Innanzitutto è fondamentale autoselezionarsi. Il viaggio richiede condizioni psicofisiche eccellenti, bisogna avere uno spirito d’adattamento veramente non indifferente. il rischio di contrarre la malaria è molto alto. Purtroppo, dopo circa tre mesi dal nostro rientro, Heidi è stata colpita dal plasmodium vivax ( tutti noi avevamo seguito la profilassi antimalarica con Lariam ). Io stesso ho avuto febbri ricorrenti per due mesi dopo il rientro. Dalle ultime notizie sembra che il vivax ( che è il ceppo meno pericoloso ) stia espandedosi a dismisura a sud dell’Irian Jaya e pare che sia clorochino resistente. Naturalmente prima di partire chiedete un consiglio al Centro di Malattie Tropicali più vicino alla vostra città di appartenenza.

A differenza di quanto abbiamo fatto noi, portatevi dall’Italia uno zaino a testa pieno di viveri. Non bisogna lasciarsi ingannare dalla bellezza del posto, vi posso assicurare che tutti noi (eravamo in otto ), chi prima chi poi, ha avuto un momento in cui ha maledetto il giorno in cui ha deciso di fare questo viaggio. Vi troverete a stretto contatto con migliaia di zanzare che vi molesteranno per tutto il viaggio,camminerete per dieci ore al giorno, vi accamperete spesso in mezzo al fango, vi troverete a respirare aria intrisa di un’umidità talmente elevata che vi cresceranno i funghi sui vestiti, vi troverete a dovere attraversare sentieri molto duri ed anche pericolosi, “sentirete” la malaria aleggiare continuamente nell’aria, non vi laverete quasi mai, vi troverete a bere acqua color giallo paglierino (naturalmente bollita e possibilmente filtrata), ci saranno luoghi dove il caldo e le mosche non vi daranno tregua. Se tutto questo non vi spaventa, allora partite! Sarà un’avventura mozzafiato! Sarà un VIAGGIO che ricorderete per tutta la vita.
Ora eccomi qua a descrivere questo viaggio mozzafiato, dove nulla è pianificabile e dove se non si ha una buona dose di fortuna si rischia di vedere veramente poco. Noi di fortuna alla fine ne abbiamo avuta veramente tanta. Abbiamo avuto fortuna con il clima perchè in mese abbiamo avuto solo un paio di giorni di pioggia, abbiamo avuto fortuna con gli spostamenti, perche in Iria Jaya è complicatissimo muoversi, abbiamo avuto fortuna a trovare una guida locale eccezionale (almeno sulle montagne)e dei portatori superbi. A tutto ciò aggiungiamo la nostra audacia nel voler rischiare in caso anche il rientro in Italia pur di vedere il più possibile ed ecco che ne è venuto fuori un viaggio dove rischio e bellezza, difficoltà e voglia d’andare avanti, passato e presente, si mescolavano quotidianamente, ne è venuto fuori un viaggio dove la parola chiave è stata AVVENTURA!
Non esiste un indirizzo o un luogo preciso dove la si può trovare, arriva così, quando meno te l’aspetti; noi l’abbiamo trovata là in Irian Jaya in mezzo ai Dani, gli Yali, i Kombai ed i Korowai, durante lunghe ed interminabili ore di marce e di navigazione lungo i fiumi, là in mezzo ai monti ed in mezzo alla foresta, tra il delirio verde dell’Irian Jaya. All’aeroporto di Roma Fiumicino, eravamo tutti consapevoli delle difficoltà del viaggio, ma credo che nessuno di noi pensava minimamente di dover affrontare così tanti imprevisti e credo che nessuno s’aspettava così tanta bellezza.

A Jakarta decidiamo all’unanimità di rinunciare alla settimana prevista per l’arcipelago di Komodo, e “puntiamo” tutto il mese sull’Irian Jaya. Dopo quattro scali e 42 ore arriviamo in Irian e dormiamo una notte a Jayapura. Il mattino seguente arriviamo a Wamena, pronti per organizzare il primo trekking nella valle del Baliem.

Fuori dall’albergo la gente fa fila per avere un posto come portatore, alla fine ne reclutiamo quattordici più due cuochi e la guida, che poi ci accompagnerà per tutto il viaggio.

Dopo qualche ora di cammino Simonetta rinuncia, preoccupata dalla difficolta del sentiero. Rimaniamo in sette. Alla fine del secondo giorno di marcia tutti condividiamo la scelta di Simonetta. Il percorso dimostra essere durissimo. In questo primo trekking il nostro obiettivo è quello di raggiungere le tribù dei Dani e degli Yali. I primi sono riconoscibilissimi perchè indossano un enorme astuccio penico (ricavato dalla zucca), sono ormai il simbolo dell’Irian Jaya, sanno d’essere ormai al centro dell’attenzione dei pochi turisti che arrivano e per ogni foto scattata si fanno pagare! Rimaniamo un pò delusi, ma ogni Mondo è Paese!
(continua..)

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