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Irian Jaya: delirio verde - 2^ parte

Eravamo in gruppo. Partenza

(… continua)
Gli Yali sono un popolo di pigmei, anche loro indossano un astuccio penico che però regge una serie di cerchi di canna attorno alla vita. A differenza dei Dani gli Yali vivono nella foresta al di là delle montagne, sembrano essere molto più fieri, ed a causa delle difficolta del percorso, hanno pochissimi contatti con l’uomo bianco.

Impieghiamo sei giorni e cinque notti per arrivare ad Angguruk; saranno sei giorni terrificanti. Camminiamo per dieci ore al giorno, guadando fiumi attraverso alberi caduti nella foresta, arrampicandoci in difficilisalite e ridiscendendo per impervi pendii. Attraversiamo per due giorni la giungla spesso camminando nel fango. Qualche volta i nostri portatori costruisconi dei ponti per attraversare il fiume, e non di rado ci prendono letteralmente di peso per superare difficili passaggi; più di una volta camminiamo come equilibristi su tronchi sospesi tra una riva e l’altra, i portatori ci prendono per mano, perchè il pericolo di cadere e farsi male è alto, specialmente quando la stanchezza dopo ore di marcia ti riduce i riflessi. Spesso, per evitare il fango, il sentiero è costellato di trochi messi in serie per centinaia di metri. I tronchi sono scivolosissimi. A parte le cadute la cosa ci rallenta notevolmente la marcia.

Il nostro morale comunque rimane sempre alto, perchè la voglia di vedere è alimentata giorno dopo giorno dalla bellezza dei luoghi e dagli incontri che facciamo quotidianamente.

Ad un certo punto, dopo sei ore di cammino, arrivati a 3200 m. d’altezza iniziamo una discesa che è quasi una parete a 90 gradi, definirla ripida, impervia, scoscesa, scivolosa e perchè no anche molto pericolosa non è certo una falsità. Per nostra fortuna c’è molta nebbia e non si riesce a vedere bene la voragine che c’è sotto i nostri occhi, forse se non ci fosse nebbia qualcuno potrebbe desistere; e così giù, in picchiata, per quattro interminabili ore, con il cuore in gola per lapaura di farsi male. Veniamo letteralmente inghiottiti da una foresta equatoriale quasi inestricabile, e lì, come per magia, incontriamo uno Yali, ci guardiamo a vicenda per un attimo, un attimo che sembra sospeso nell’imponderabile, nell’irrazionale,siamo distanti migliaia di anni,lo sappiamo noi, probabilmente lo intuisce anche lui. Ci allunga una mano, un pò per toccarci un pò per salutarci, parla il dialetto Yali, chiede da dove arriviamo e quanti giorni sono che camminiamo, vediamo uno dei nostri portatori dei swgni sull’avambraccio, lui capisce, inverte la sua rotta e ci fa da guida, ci porta in un accampamento dove possiamo montare le tende. E’ già buio e cirendiamo conto d’essere solo in quattro, Heidi,Stefano,Paola ed io. Gli altri, Gianni, Federica ed Alfredo sono ancora nella foresta, ora è buio pesto, siamo molto preoccupati, i nostri portatori ci chedono le torce e vanno arecuperare i tre nella foresta. Finalmente dopo circa un’ore siamo di nuovo tutti insieme.
(continua…)

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